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USHAS: ROCK BAND? NO, DI PIU’!

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USHAS - concerto Roma 21 Febbraio 1014

USHAS – concerto Roma 21 Febbraio 1014

“Una carica di energia”. Queste parole dette da mia moglie riassumono alla perfezione le sensazioni avute dopo il concerto degli Ushas del 21 febbraio al Jailbreak di Roma. Pronunciate da lei assumono una ancor più maggiore considerazione, l’avessi fatto io sarebbe scontato, appassionato di metal come sono, ma lei rockettara non è (tantomeno metallara), eppure da quando è entrata nella mia vita ha cominciato ad apprezzare quella che è l’essenza e lo spirito dell’heavy rock: pura energia musicale. E tutto questo gli Ushas lo hanno nel loro dna.

Venerdì il rock’n’roll ha invaso nuovamente il Jailbreak, il club ha ospitato in una serata free entry, due gruppi che davanti ad un numeroso pubblico hanno offerto una performance strepitosa: Ushas e Physical Noise.

Proprio i Physical Noise sono i primi a salire sul palco per scaldare l’ambiente e devo dire che al termine della loro esibizione la sala era “bollente”. Era la prima volta che avevo occasione di ascoltarli, l’impressione è stata quella di una band fresca, vigorosa con un sound che ricorda quello della NWOBHM dei primi anni ’80, ma con suoni più attuali e rabbiosi.

Look curato nei minimi particolari, dove il verde e il nero sono i colori predominanti: battipenna verdi su chitarre rigorosamente nere, come verdi sono le corde a fare da pendant alle ciocche dei capelli della bassista Erica Berton. Sì avete letto bene, una bassista, donna e anche carina (non dico di più, se no mia moglie…) e indubbiamente brava, magari lo fossero altri suoi colleghi maschietti!

Sin dall’iniziale “Welcome To The Peerkh” si intuisce che la band colpirà duro, le chitarre taglienti e aggressive di Antony Meloni e Andrea Colle fanno da giusta cornice alla potente voce di Luca Fizzarotti. Anche la cover di una hit di Amy MacDonald ribattezzata “This Is The Noise” (in luogo di Life), sprigiona tanta grinta da far sembrare l’originale una mera canzonetta da festival (non c’è bisogno di specificare quale).

Brani come “The Southern Cross”, “Too Good To Be Bad”, “Dream Of A Fullmoon Night” non fanno altro che confermare che i cinque traggono esempio dai primi lavori dei Maiden, ma con suoni naturalmente più corposi e moderni (d’altronde sono passati più di trent’anni). A tratti ci si incammina anche nei terreni del power metal più robusto grazie anche alla ritmica martellante della batteria di Valerio Mondelli.

Simpatiche le loro piccole coreografie finali con tanto di “fuochi d’artificio”, anche se con qualche leggero inconveniente tecnico, ma che importa, l’essenziale per noi è la loro musica.

Insomma i Physical Noise suonano heavy metal vero, trascinante, provate ad ascoltare l’omonimo brano o la finale “Scare My Demons” e capirete di cosa sono capaci e nonostante il pubblico abbia risposto timidamente ai frequenti tentativi di farli cantare con loro da parte del frontman Luca, credo che alla fine tutti siano rimasti, come il sottoscritto, pienamente soddisfatti.

E’ giunto il momento degli Ushas e il pubblico si avvicina sotto il palco (tra loro anche Marco Palazzi, singer dei Kaledon e grande amico della band) tutti pronti per un frizzante ed elettrizzante rock’n’roll.

Si aprono letteralmente le danze con il loro poderoso hard rock senza tempo che costringe lo spettatore a muoversi freneticamente al ritmo incalzante di pezzi come “Io Non Sono Qui”, “Verso Est” o brani più cadenzati e pesanti come “Shri Heruka” e i testi in italiano non sminuiscono il loro valore, anzi è una loro peculiare proprietà che li rende unici in un genere che ha sempre visto l’inglese essere la lingua più adottata, mantenendo però le loro radici in quell’hard&heavy anglo-americano, dal quale la loro musica prende ispirazione, creando una miscela che (come ho già detto una volta) i vari vasco, pelù o liga non sanno nemmeno che sapore abbia (notare che le iniziali sono volutamente scritte in minuscolo).

La voce graffiante di Giorgio Lorito è complemento essenziale per un sound vivace e sanguigno come il loro, le frequenti incursioni in platea o i suoi “balli” sullo stage fanno decisamente quello che più volte ci invita a gridare forte: “Rock’n’Roll! Rock’n’Roll! Rock’n’Roooooll!” Solo e tanto divertimento, questa è la sostanza che vogliamo da un concerto rock, e Ushas ce lo offre alla grande: “Sangue E Carne”, “Fuorilegge”, canzoni dove Filippo Lunardo (chitarra) ci investe con i suoi riff spigolosi e assoli stridenti ed incisivi, ma capace anche di regalarci emozioni con brani più intensi come “La Via Della Seta” o “Dai Tetti Di Gaden”.

Ma cosa sarebbe una rock band senza un’adeguata sezione ritmica? Guido Prandi (basso) tesse le sue armonie con grande tecnica, creando quel tappeto sonoro sul quale Filippo può eseguire in tutta sicurezza le scorribande sulla sei corde. E che dire poi di Giorgio Ottaviani? Non so come la sua batteria stia ancora in piedi a fine serata, un forza della natura, una voglia irrefrenabile di divertirsi suonando e tanta passione per il rock (che condivido pienamente).

C’è tempo anche per il coinvolgimento finale del pubblico, tutti sul palco per cantare e ballare con loro “Maledetta Notte” e la conclusiva “Desperados” terminando nel più festoso dei modi uno spettacolo di puro rock’n’roll.

Bravi Ushas, la carica che mettete è veramente contagiosa e positiva, e anche se in realtà all’anagrafe non lo sono più, posso solo dire che IL ROCK MANTIENE GIOVANI!

(Rockberto Manenti)

 

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