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Favola della domenica – Il bambino sulla nuvola

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C’era una volta un bambino di nome Agostino che viveva al confine tra la notte e il giorno poiché la sua dimora non era nel mondo abitato ma piuttosto su una nuvola, soffice e spumosa.

Sulla Terra aveva conosciuto due bambine di nome Lucrezia e Antonella e giocava così volentieri con loro da rimanere molto tempo nel cortile della casa dove abitavano o in strada a divertirsi.

Quando per le due ragazzine arrivava l’ora di tornare in famiglia, Agostino raggiungeva la sua bella nuvola e viaggiava con essa.

Era figlio di una fata e di un uomo di grande ingegno per la verità molto distratto che viveva la maggior parte del suo tempo in una cantina stracolma di congegni sperimentali. Era tale la confusione di quel locale che il bambino vi si recava di rado preferendo incontrare suo padre nel giardino della piccola costruzione.

Anche per Bernardo non esisteva né il giorno né la notte e fu per questo che anni prima aveva incontrato la fata color miele, madre di suo figlio.

Si era addormentato su di un forno a vapore e la domestica che si prendeva cura di lui lo aveva trovato che volteggiava sul soffitto a occhi chiusi sorretto dallo stesso vapore che aveva provocato. Sempre più forte, il getto lo spingeva in alto, verso il foro del comignolo sul tetto. Volando e volteggiando, si ritrovò a così alta quota da avere difficoltà di respirazione. Si svegliò pieno di spavento e cominciò a dimenarsi e a precipitare fino ad atterrare dolcemente su una nuvola.

Era l’abitazione di una fata. Per niente sorpreso, si presentò a lei come “l’inventore strampalato”, confessando a quella leggiadra apparizione che nulla ai suoi occhi appariva straordinario e che la visione di lei lo incantava.

Ella lo invitò a restare e i due vissero spensieratamente per diverso tempo finché all’inventore non tornò in mente la sua cantina colma di macchine incompiute; salutò  la bella compagna e fece ritorno sulla Terra.

Dopo pochi mesi nacque Agostino che, crescendo, andò a vivere su una nuvola di suo gradimento. Una mattina vide avvicinarsi una bambina. Galleggiava nell’aria senza apparente meta. Ne fu attratto. “Dove vai?” le chiese.

“In giro tra le nuvole.”

“Come ti chiami?”

“Non mi chiamo.” La bambina era graziosissima, con tante lentiggini e fiori tra i capelli.

“Vieni dalla Terra?” insisté Agostino.

“Sì, sono nata sotto un cespuglio fiorito.”

“Allora ti chiamerò Fiorellina” disse il bambino, tanto intenerito da pregare la madre di adottarla. Da quel giorno la portò sempre con sé.

Insieme si recavano nel cortile a giocare con Lucrezia e Antonella e si ritiravano sulla nuvola bianca quando sulla Terra era già notte.

Un giorno egli domandò alle sue amiche: “Che cosa fate quando è buio qui da voi?”

“Dormiamo.”

“Perché dormite?”

“La mancanza di luce, come sicuramente sai, fa venire sonno, poi siamo stanche dei giochi della giornata e, d’inverno, dell’impegno scolastico. Molto spesso sogniamo.”

“Che cosa sognate?” domandò Agostino come se fosse la prima volta che rifletteva su un tale argomento.

“Le nuvole, il cielo, i compagni e mille cose fantastiche.”

”Piacerebbe anche a me sognare, ma sulle nuvole non si dorme”. Fiorellina annuì energicamente.

“Non vedi già cose incredibili a occhi aperti?” osservò Antonella.

“Sì, ma non è la stessa cosa”.

Da quel momento Agostino decise di trascorrere qualche giorno con il padre per diventare un bambino notturno. Avrebbe condiviso con lui le esperienze comuni a tutti gli uomini. L’inventore, per accontentarlo, lasciò la cantina per vivere nelle due stanze della sua casa. Portò il figlio a visitare la cittadina dove viveva, lo coinvolse in vari giochi per ragazzi e, a fine giornata, si coricò nel letto accanto a lui.

Il ragazzo si rese conto che la pesantezza dell’atmosfera e il calar della notte inducevano il corpo e la mente a distendersi e a recuperare le forze. Dormì anche lui e sognò ciò che aveva vissuto nella giornata appena trascorsa. Al mattino, desiderò ricominciare tutto da capo.

Dopo una settimana, Bernardo dovette riprendere i suoi esperimenti e Agostino tornò sulla sua nuvola. Parlò con sua madre: “Tu non sogni mai?”

“Vado su Marte per sognare”.

“Perché?”

“Perché è un mondo che mi piace tanto e mi ispira immagini radiose.”

Agostino decise di cercare un mondo che lo inducesse a sognare. Sulla Terra aveva fatto un’utile esperienza ma si era molto stancato.

Con i poteri magici ereditati dalla fata, raggiunse Giove poi Venere e infine Saturno. In ciascuno provò a dormire e a sognare. Quando tornò, raccontò la sua esperienza a Lucrezia e Antonella. Queste, curiose, gli chiesero se potesse portarle con sé a visitare i pianeti del Sistema Solare.

“Anche Fiorellina desidera la stessa cosa. Sta cercando di sapere da dove è venuta” esclamò Agostino.

Quella notte, visitando le due sorelle addormentate, le vide sollevarsi in aria con l’intento di volare. Insieme a Fiorellina, le prese per mano e le condusse oltre l’atmosfera, nello spazio, verso i vari pianeti del Sistema Solare.

La bambina nata sotto un cespuglio fiorito seppe che vi era stata lasciata da un folletto venusiano distratto, mentre Lucrezia e Antonella, viaggiando nel tempo, divennero molto sapienti e progredite.

Un pomeriggio, i quattro bambini si riunirono nel cortile per parlare di cose serie.

“Che cosa farai da grande?” chiesero le sorelle a Fiorellina.

“Lavorerò con mamma fata.”

“Io ancora non lo so” intervenne Agostino. “Mi piace sia il mondo degli uomini che quello delle fate.”

“Anche a noi” esclamò Lucrezia. “Per questo abbiamo deciso di diventare scrittrici.”

“E tu?” domandò Antonella, “studierai da mago o da inventore?”

Nel dubbio, Agostino tornò dal padre. “Io e mia madre vorremmo che tornassi da noi. Se verrai ad abitare sulle nostre nuvole, faremo bellissimi viaggi extraterrestri.”

“Dici davvero?” esclamò interessato Bernardo.

“Ti assicuro che potrai vedere cose molto bizzarre”.

“Sì, sì, vengo con te. Ho bisogno di nuove ispirazioni per i miei congegni supermeccanici.”

“Mi insegnerai a diventare un inventore non tanto… ‘strampalato’?”

“Siamo d’accordo. E poi, ho nostalgia di una dolce e amorevole fata color miele…”

Maria Rosaria Fortini

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