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Favola della domenica – Il cavaliere Biancalancia

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C’era una volta, tanto tempo fa, un cavaliere che viveva in un castello.

Era alto, forte, generoso, con lunghi capelli neri. Lo chiamavano Biancalancia perché, nei tornei, combatteva con le armi di argento luccicante.

Il padrone del castello era il conte Grandefalco. Sua moglie, bionda e gentile, si chiamava Pervinca. Avevano due figli gemelli di nome Carlo e Alberto.

I bambini erano accuditi da una nutrice di nome Canestrella.

Il cavaliere, quando non era lontano, vigilava sui bambini e sulla nutrice specialmente quando andavano a giocare fuori, sui prati intorno al maniero.

Un giorno il barone Lestofante, cugino di Grandefalco, decise di rapire i due gemelli perché, senza di loro, avrebbe ereditato il castello, le terre circostanti e il titolo di conte.

Una mattina i fratellini erano a passeggio fuori le mura con Canestrella che li avvertì: ‘Attenzione, bambini, non vi allontanate. In giro ci sono tanti furfanti’.

Biancalancia li seguiva passo passo, deciso a proteggerli a costo della sua vita.

Tutt’a un tratto, dal bosco, spuntarono due uomini i quali, con sassi e balestre, cercarono di colpire il cavaliere sullo scudo e sull’armatura: ‘Attenzione Canestrella, portate al riparo i bambini!’ gridò.

Uno dei banditi ferì la nutrice, che cadde a terra. Subito dopo, presero i fanciullini e li nascosero nei sacchi che avevano sulle spalle.

Due cavalieri armati uscirono dal loro nascondiglio in mezzo agli alberi. Biancalancia andò loro incontro e tutti e tre combatterono con la lancia e con la spada.

Lo scontro fu violento, ma il cavaliere sfoggiò tutto il suo coraggio dicendo: ‘Combatterò fino alla morte’.

Gli arcieri di guardia al castello videro da lontano la battaglia e diedero l’allarme: ‘Il cavaliere è stato aggredito e i bambini rapiti!’

Dai merli delle torri e dal ponte levatoio i soldati lanciarono dardi e frecce e, alla fine, i due cavalieri nemici furono feriti. Si diedero alla fuga.

Ma altri uomini, al comando di Lestofante, uscirono dalla selva e si fecero incontro al cavaliere dall’armatura argentea.

Il conte Grandefalco, impedito a letto da una ferita al ginocchio, inviò un nutrito gruppo di guardie che varcarono il ponte levatoio e cavalcarono alla volta della boscaglia.

Ben presto i nemici furono costretti a ritirarsi. ‘Ci rivedremo!’ gridò Lestofante, sconfitto e furibondo.

I banditi lasciarono cadere a terra i sacchi dove erano prigionieri Carlo e Alberto. ‘Scappa Alberto, scappa!’ urlava Carlo liberandosi del sacco. Senza voltarsi indietro, fuggirono a gambe levate verso il castello.

Poco dopo, Biancalancia li raggiunse, li caricò sul suo cavallo e li riportò a casa. La mamma Pervinca li accolse felice e li abbracciò piangendo di gioia: ‘Amori miei, temevo di non rivedervi…’

Il cavaliere andò alla ricerca di Canestrella. La trovò in mezzo agli alberi: ‘Perdonatemi, non ho potuto impedire che rapissero i bambini’ disse tamponandosi la ferita alla fronte.

‘Non vi adombrate, nutrice, non è colpa vostra’.

Al ritorno, il cavaliere si presentò a Grandefalco e gli raccontò come si erano svolti i fatti.

‘Vi sono riconoscente con tutto il mio cuore, Biancalancia, avete liberato i piccoli conti dalle insidie del loro zio’.

Per premio, lo propose al re per una medaglia e lo nominò all’istante capo delle sue guardie e protettore a vita dei suoi amati figli.

Maria Rosaria Fortini

 

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