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Favola della domenica – Il coro angelico

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coroIn un luogo remoto del cielo, a migliaia di chilometri dalla Terra, una moltitudine di angeli si era radunato per un’importante circostanza.

I Cherubini, i Serafini, le Potestà avevano deciso, in occasione delle imminenti Festività Natalizie, di rendere più sensibili alle cose celesti gli abitanti della Terra.

Da quel momento ci fu grande animazione per preparare strumenti sofisticati, note sconosciute e polveri rosa e viola con cui colorarle, per rendere il cielo terrestre tanto splendente da costringere gli occhi umani a volgere i loro sguardi verso le nuvole.

“Guarda che strane figure forma il vento nel cielo. E che colori!” esclamò un operaio che si recava al lavoro alle prime luci dell’alba.

“Quasi non mi dispiace andare in fabbrica dopo aver visto questo spettacolo” osservò il suo compagno il quale, inavvertitamente, aveva disteso le rughe di scontento che gli attraversavano il viso.

“Chissà che cosa c’è lassù..” si domandò perplesso il primo operaio. “Mi piacerebbe scoprirlo.”

“Nessuno è venuto mai a raccontarcelo” replicò assorto il suo compagno.

Gli Esseri angelici si guardarono tra loro soddisfatti. Le prime iniziative prese per conquistare il cuore degli uomini iniziavano a dare i loro frutti.

Più tardi, quella stessa mattina, una rumorosa frotta di studenti faceva il suo ingresso, senza entusiasmo, nell’edificio scolastico.

“Ehi!” proruppe un ragazzo del terzo anno di liceo. “Chi sta suonando il pianoforte?”

“La professoressa Salustri, naturalmente” gli rispose l’amica Teresa.

“Che stupenda melodia”.

“E’ vero. Andiamo a vedere”.

I due amici irruppero nell’aula di musica dove un’attempata signorina eseguiva i suoi esercizi giornalieri.

“Che cosa sta suonando, signorina?” domandò stupito il ragazzo.

“E’ un’aria di Mozart. La conoscete anche voi”.

“No, non intendevamo questa” intervenne Teresa. “Ci sono arrivate, arrivando a scuola, delle note così meravigliose che credevamo avesse scoperto uno spartito nuovo”.

“No, ragazzi, mi dispiace”.

I due compagni si allontanarono delusi: “Che peccato; non era certo la signorina Salustri a suonare in modo così sublime”.

“Io, se fossi accolta tutti i giorni da una tale musica, correrei a scuola con entusiasmo”.

Quello stesso pomeriggio il grande manager Erminio Rossi veniva accompagnato in limousine ad un congresso internazionale in cui si sarebbero affrontati i grandi temi economico-finanziari di interesse mondiale.

Portava con sé una voluminosa cartella in cui era riposto il dotto discorso che avrebbe esposto durante l’importante assemblea.

Nel tragitto, attraversarono una via secondaria. L’occhio del manager fu attirato dal sagrato di una chiesa, dove si era svolto da poco un rito natalizio.

Fece fermare l’automobile, scese e si intrufolò tra le persone che sostavano tra l’interno e l’esterno dell’antica costruzione. Fu spinto ad entrare da una forza misteriosa.

“Non ho mai visto niente di simile” proruppe ad alta voce, ammirando le linee armoniose della chiesetta, le vetrate colorate che riflettevano i raggi del sole, gli affreschi di inconsueta bellezza.

L’altare era adornato da stelle di Natale, l’aria profumava di incenso e, posto in alto, l’organo emetteva note dolcissime per accompagnare un coro di voci a dir poco celestiali.

Erminio Rossi si lasciò cadere su una panca, estasiato, finché non venne distolto dal suo sogno dall’autista che ricordava al suo capo l’imminente appuntamento.

Il grande manager si riscosse e raggiunse la sua limousine, felice e trasognato.

All’arrivo, entrò nella prestigiosa sala dei congressi e, quando venne il suo turno, si alzò e raggiuse il palco. Si schiarì la voce e si accinse a presentare le sue argomentazioni.

“Onorevoli colleghi..” iniziò, sistemando davanti a sé i numerosi fogli del discorso.

Avrebbe dovuto dire alle autorità lì presenti, che avevano in mano i destini del pianeta, come l’economia mondiale fosse in crisi e che, per questo, era necessario, tra le altre cose, sfruttare le risorse naturali dei paesi più poveri e, se questo avrebbe scatenato guerre e causato stermini di popolazioni, ciò sarebbe stato soltanto un male necessario.

Ma dalla bocca di Erminio Rossi non uscirono queste parole e i fogli rimasero abbandonati sul leggio.

Egli disse: “Da molto tempo ormai i paesi occidentali, i più ricchi della Terra, non pensano che al loro profitto. E’ venuta l’ora di guardare il mondo con altri occhi in modo che ogni essere umano sia libero. E la libertà di ognuno è la libertà dal bisogno. La ricchezza sul nostro globo non è ben distribuita. Ci sono popoli che soffrono la fame, le persecuzioni, le guerre fratricide e, per questi motivi, emigrano. E’ essenziale guardare a questa umanità, ripartire con equità la ricchezza, aiutarci l’un l’altro poiché si realizzi il concetto, l’ideale, di uguaglianza, di cui tanti paesi si credono i detentori”.

In un primo tempo, l’assemblea rimase attonita e silenziosa, poi qualcuno batté le mani e alla fine fu tutto un fragore di applausi e di congratulazioni.

Erminio Rossi non sapeva perché avesse pronunciato quelle parole ma era sicuro che fossero le più giuste.

Il alto, sulle nuvole, un coro angelico cantava un inno di gioia e di esultanza. I Cherubini, i Serafini e tutta la Sfera Celeste avevano vinto la scommessa con se stessi.

“Se anche solo un terzo di quelle centinaia di persone” dissero “farà sue le parole di Erminio Rossi, il mondo avrà un destino così luminoso da essere di esempio per le generazioni future”.

Maria Rosaria Fortini

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