Favola della domenica – I Giramondo

C’era una volta un pianeta di nome Gea. Il suo nome significava terra ed ella era infatti la personificazione della Terra. Come lei provava sensazioni ed emozioni; di gioia quando l’umanità era in armonia con la natura, di spavento quando accadevano guerre e distruzioni, di rabbia quando qualche uomo più insensibile di altri, distruggeva piante ed alberi.

“Mi servono per respirare” tentava di dire loro, ma a poco o niente valevano le sue proteste tant’è che spesso si avvaleva di terremoti e maremoti per far capire ai mortali abitanti del mondo che la sua vita andava rispettata allo stesso modo di quella di un essere umano.

Amava molto i bambini e li osservava con amore ed attenzione in qualsiasi parte del pianeta essi vivessero. Ultimamente ne aveva notato un gruppo che faceva un gioco divertente.

Dodici ragazzini di tutte le nazionalità, allievi di un Istituto scolastico internazionale, avevano l’abitudine, nei momenti di pausa dalle lezioni, di circondare il grande mappamondo in dotazione della scuola prendendosi per mano. Girandovi attorno velocemente, in senso inverso, cantavano una canzone e poi si fermavano. Quando il grande globo rallentava il suo giro, uno di loro posava il dito su una parte di terraferma. Di comune accordo, il bambino originario di quel paese, raccontava una storia.

Marik, finlandese, disse come la sua città fosse stata fondata dalle fate nordiche. Diego narrò come il Messico avesse avuto molti re leggendari. Mikito, davanti agli estasiati compagni, ripeteva i gesti delle danzatrici giapponesi.

Gea era incantata da questi racconti. Essa li conosceva ma amava moltissimo sentirli ripetere dalla voce dei bambini.

Un giorno John, inglese, disse ai suoi compagni: “Ho trovato un modo per abbracciare idealmente tutta la Terra.” Gea si fece più attenta. Le batteva il cuore, quello che sta proprio al centro del globo terrestre. Era emozionatissima.

“In che modo?” chiesero gli altri.

“Scegliendo i paesi che si trovano su un medesimo parallelo e poi immaginando di prendere un aereo tutti insieme e di sorvolarli.”

Gli altri furono entusiasti della proposta di John.

Disegnarono su una carta i vari paesi e anche le rotte che l’aereo immaginario avrebbe percorso per permettere loro di abbracciare la Terra.

Quando un giorno, in una gita scolastica, i ragazzi vennero portati all’aeroporto della loro città per una visita organizzata, Gea decise di intervenire. Mentre la guida era intenta a spiegare alla comitiva come si svolgevano le funzioni all’interno dell’aeroporto e come si effettuavano le varie operazioni per poter prendere un velivolo e partire per la meta designata Gea, visibile solo ai ragazzi, si presentò in una smagliante veste variopinta e disse: “Salve, amici miei. E’ vero che vorreste sorvolare l’intero globo terrestre?”

“E’ vero” risposero sbalorditi alcuni di loro.

“Che ne dite se io realizzassi il vostro sogno?” In un batter d’ali e senza che nessuno potesse replicare, gli increduli compagni vennero proiettati sulla pista di partenza dove un jet li stava aspettando.

Salirono uno dopo l’altro e si sedettero in dodici posti allineati in fila regolare. Gea si accomodò di fronte a loro.

“Non spaventatevi, ragazzi. Tutto ciò sta avvenendo in un luogo senza tempo e nessuno si accorgerà di niente. Sono diversi mesi che vi osservo e che seguo i vostri giochi. Ho sentito dire che avete un gran desiderio di abbracciare la Terra. E’ vero?”

Molti di loro annuirono, gli altri erano troppo sorpresi per farlo. Solo Daniel, francese, reagì, spinto dalla curiosità:

“Come fai a saperlo?”

“Io so tutto ciò che succede sulla superficie terrestre e anche oltre.”

“Chi sei?” domandò Luz.

“Mi chiamo Gea e sono la personificazione della Terra.”

“Impossibile..” mormorò John.

“Niente è impossibile sotto il sole e questo viaggio ne è la dimostrazione.”

L’aereo si mosse a velocità supersonica. Ben presto i ragazzi dimenticarono la stranezza della loro situazione e guardarono ipnotizzati lo spettacolo che si svolgeva sotto i loro occhi attraverso enormi oblò.

Distinsero i mari, le città, le montagne, il percorso dei lunghi fiumi, le foreste e gli animali a distanza ravvicinata poiché gli oblò ingigantivano a dismisura la visuale. Non sorvolarono soltanto i paesi dell’equatore bensì i continenti conosciuti attraverso i meridiani e i paralleli.

I ragazzi notarono che la Terra, di quando in quando, mostrava delle ferite: enormi aeree disboscate, ghiacciai che crollavano in mare sciogliendosi a causa dell’effetto serra, città ricoperte di nuvole rossastre dovute all’inquinamento, paesi afflitti da siccità e guerre fratricide. Contemporaneamente a queste visioni, la veste di Gea si offuscava e i numerosi, smaglianti colori, diventavano man mano sbiaditi e  bui. I ragazzi divennero tristi.

“Che cosa possiamo fare per rimediare a questi disastri?” chiese Julian, neozelandese.

“Non volevate abbracciare tutta la Terra?” chiese con un sorriso Gea.

“Sì, certamente, ma..”

“Abbracciatemi, allora, e io risplenderò di nuovo davanti ai vostri occhi.”

“Basta solo un abbraccio?” domandò Manolita, dolce ragazza peruviana.

“Un pensiero d’amore è già una grande cosa. Se tutti i bambini e gli uomini del mondo pensassero al mio benessere come io penso al loro, non ci sarebbero calamità o ferite da curare. Su, abbracciatemi.”

I dodici ragazzi si precipitarono tra le braccia di Gea che, illuminandosi, riprese i colori e la brillantezza originaria.

Poco dopo, l’aereo riportò tutti a terra e il gruppo di amici si ritrovò a seguire la guida come se non si fossero mai allontanati. Gea li guardava da lontano; li salutò con la mano avendo la certezza che, dopo quel meraviglioso viaggio senza tempo, il cuore e la consapevolezza dei ragazzi sarebbero migliorati in modo tale da sensibilizzare le persone dei vari paesi d’origine sui più profondi desideri e necessità di Gea, l’amorevole ed eterea personificazione della madre Terra.

Maria Rosaria Fortini