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Favola della domenica – Il Castello

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C’era una volta un castello medievale. Era considerato il più bello e imponente di tutte le terre del regno. Aveva due torri gemelle.

Era rimasto senza proprietari poiché il Barone che l’aveva posseduto e abitato era morto improvvisamente senza lasciare eredi.

Il sovrano del luogo aveva decretato che l’avrebbe assegnato al più valoroso tra i suoi nobili sudditi.

Ci furono dei tornei alla fine dei quali si distinsero un Duca, un Conte e un Marchese. Quest’ultimo aveva promesso a se stesso che sarebbe diventato il padrone assoluto del castello ovvero, sarebbe stato suo o di nessun altro.

A tal fine, cominciò a tendere agguati ai suoi contendenti con l’intento di sconfiggerli prima che si arrivasse a uno scontro frontale.

Con l’aiuto di cortigiani intriganti, mise in atto alcuni artifici: calunniò i suoi avversari, avvelenò i loro raccolti; cercò perfino di incendiare le loro proprietà e di conquistare subdolamente le loro figlie.

Il Conte e il Duca, amanti della pace, non smascherarono di fronte al Re le malefatte del loro aggressore, ansiosi di incontrarlo in campo aperto e di distruggere i suoi insani propositi in un leale duello.

Finalmente il monarca fissò il giorno della contesa.

Il Marchese, cosciente della sua inferiorità nell’uso delle armi, volle tentare un’ultima mossa prima di darsi per vinto. S’introdusse nel castello tanto agognato eludendo la sorveglianza dei soldati. Era sua intenzione esaminare la costruzione dall’interno per decidere il modo migliore di occuparla con le sue truppe.

L’impresa si presentava difficile e delicata poiché, col suo atto, il Marchese avrebbe sfidato apertamente il Re. ‘Nessuno oserà scacciarmi dal castello, quando sarò riuscito a venirne in possesso con la forza, dovessi combattere contro cento re e per mille anni!’ pensava, più determinato che mai.

Ciò che il malvagio nobile non aveva previsto, era che i suoi veri oppositori sarebbero arrivati dall’interno. Degli oppositori di un genere molto particolare, impalpabili e invisibili, determinati quanto lui a non farsi sottrarre l’avita residenza.

Poiché il Barone defunto era stato un castellano gentile e generoso essi, i fantasmi, desideravano, come nuovo padrone, un nobile con lo stesso rispetto e sentimenti di solidarietà nei loro confronti.

Quando conobbero il truce Marchese, cercarono con stridii e lamenti di convincerlo a tornare da dove era venuto, ma l’uomo dormì saporitamente, nonostante i rumori e i gemiti che si susseguivano senza posa intorno al suo letto.

Il giorno successivo all’illegale intrusione, vennero in visita al castello il Re con la sua scorta e gli altri due contendenti: il Conte e il Duca con un nugolo di soldati.

Quando i fantasmi li videro, fremettero di contentezza poiché l’aspetto e l’atteggiamento dei tre personaggi erano di loro pieno gradimento.

Il Marchese si era nascosto in una delle torri. Qui, con somma soddisfazione, scoprì armi a sufficienza per distruggere qualsiasi nemico.

Con energia sovrumana, caricò un cannone e sparò in direzione del maschio della costruzione. Una parete crollò lasciando sbigottiti i tre visitatori e i soldati di scorta. Questi si mossero subito alla volta della torre ma il Marchese fece in tempo ad allontanarsi da un’uscita segreta scoperta nei sotterranei.

Raggiunse le sue truppe alloggiate poco lontano e pensò fosse giunto il momento di dichiarare apertamente guerra al Re e ai suoi alleati. Si preparò all’attacco.

Fu a questo punto che intervennero gli abitanti invisibili del castello.

Si trattava di un paggio, di un maturo cavaliere e di una bella fanciulla armata di forza e di coraggio.

Enormemente seccati dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, i tre si riunirono in consulto.

“Dobbiamo intervenire nella disputa, cari amici. Ne va della nostra sopravvivenza” disse il gentiluomo abbigliato in abiti secenteschi.

“Lo credi veramente?” domandò il paggio.

“Quanto è vero che sono stato, ai miei tempi, un nobile cavaliere”.

Dicendo questo, il giovane e il cavaliere si spostavano da una torre all’altra per seguire le fasi della battaglia.

La fanciulla li seguiva. Disse: “Dovrò mettere in atto le mie doti di fata. Ai miei tempi riuscivo a cambiare le sorti di una battaglia. Ricordate che, durante la conquista di questa dimora da parte dei miei avi, sono stata mortalmente ferita? Ma i nostri eserciti hanno vinto ugualmente”.

“Che cosa intendi fare?” chiese il giovane.

“Poiché ho doti di chiaroveggenza, immaginerò la sconfitta del Marchese nei minimi dettagli. Mi concentrerò sul suo esercito e avremo la vittoria”.

“Noi interverremo quando sarà necessario” assicurò il cavaliere.

La fanciulla immaginò che il Marchese con tutti i suoi soldati sbagliassero direzione e, invece di andare alla volta del castello, se ne allontanassero. E così avvenne.

Quando i comandanti nemici si accorsero dell’errore, non ebbero il tempo di fare dietro-front perché i due uomini fantasma impedirono loro di dare l’allarme rendendoli muti. Gli aggressori, spaventati, furono costretti a tornare sui loro passi. Fuggirono alla spicciolata abbandonando il Marchese, convinti di essere stati vittima di un incantesimo.

Il Re, il Conte e il Duca inneggiarono alla vittoria e ringraziarono le forze benefiche che erano venute loro in aiuto. Sospettarono che tali forze abitassero il castello ma lo accettarono di buon grado, certi della loro bontà e discrezione.

Così vissero tutti felici e contenti. Il re, poco dopo, benedisse l’unione della figlia del Conte che andò in sposa al figlio del Duca e deliberò che i due giovani trascorressero la loro vita nell’avito castello, in suo onore e a sua difesa.

Maria Rosaria Fortini

 

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