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Favola della domenica – Il gatto persiano

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C’era una volta un gatto persiano giovane ed esuberante, di carattere forte e indipendente. Dai suoi simili, era ritenuto uno snob. Ciò dipendeva dal senso di orgoglio che egli provava per la propria razza.

Ricordava benissimo la frase che usava dire il nonno, con il quale abitava da piccolo in un grande palazzo nobiliare: ‘La nostra stirpe è stata adorata come un dio dal popolo egizio, non lo dimenticare, ragazzo mio’.

Mitò, come veniva chiamato dai padroni della bella casa dove viveva da qualche anno, si sentiva fiero di questa condizione ma, come tutti i gatti, era anche molto goloso e non provava vergogna a raggiungere di quando in quando la cucina per chiedere qualche saporito bocconcino extra.

Di solito trascorreva le giornate nel giardino inseguendo farfalle e topolini ed esplorando il territorio.

Nel muro di cinta c’era un foro abbastanza grande da permettergli di passare senza schiacciare troppo il lungo pelo argenteo. Fuori, trovava una strada acciottolata su cui era uno spasso passeggiare avanti e indietro.

Un giorno notò una gatta randagia che, nonostante la dubbia nascita, non dava a Mitò alcuna confidenza. Se le si avvicinava con l’intenzione di corteggiarla, lo scoraggiava mostrandogli i lunghi artigli.

La gattina era stata adottata da una bambina di nome Alina. Non avendo avuto il permesso di tenerla in casa, la curava portandole pappe prelibate e scendendo spesso in strada per coccolarla.

La prima volta aveva portato con sé un fiocco rosso. Gliel’aveva sistemato intorno al collo decidendo di chiamarla ‘Baby’.

Alina aveva capito che la sua beniamina aspettava dei cuccioli. Anche Mitò l’aveva capito ma sapeva bene di non esserne stato l’autore essendo sempre stato respinto nei suoi tentativi di corteggiamento.

Ora, invece, quando si avvicinava, Baby non mostrava più gli artigli ma accettava di essere accompagnata in una breve passeggiata.

Quando venne il tempo di dare alla luce i suoi gattini, Alina sistemò un capace scatolone sul quadrato d’erba ai margini della strada poco frequentata dove la bestiola era solita dormire.

Mitò, con sollecitudine, aumentò la frequenza delle sue visite finché, una mattina, nello scatolone, apparvero tre gattini bianchi con striature nere. A quella vista, Mitò fece le fusa e Alina accorse a rimirare la bella nidiata.

In casa, il gatto persiano cercò di comunicare la novità ai suoi padroni. Solo Mario, il più giovane della famiglia, capì e lo seguì in strada. Vide il bello spettacolo.

‘Ti piace fare il padre adottivo, eh?’ domandò a Mitò rendendosi conto che nessuno dei piccoli neonati somigliava al suo persiano argentato.

Il giorno successivo passòper quella strada l’incaricato del comune per la sicurezza e la pulizia del quartiere. Alla vista della scatola con il suo contenuto, decise che andava eliminata. Chiamò via-radio l’ufficio addetto dicendo che in tale via c’era un’altra famiglia di gatti randagi.

Alina, affacciata in quel momento alla finestra, cominciò a protestare e Mitò, avvertito il pericolo, si avventò sul pubblico ufficiale. Subito dopo, Mario accorse dal giardino mentre Alina scendeva in strada per difendere i suoi favoriti.

‘Potrei nasconderli in cantina’ disse con ansia mentre l’uomo del comune si allontanava precipitosamente ‘sperando che la mamma non se ne accorga’.

Mario si disse propenso, per amore di Mitò, a sistemare la nuova famiglia nel suo giardino: ‘Però non sono molto esperto di gatte. Dovrai aiutarmi tu.’ Ad Alina non parve vero di poter assistere ancora i suoi gattini.

I giorni seguenti furono calmi e sereni per Baby, occupata soltanto ad accudire i suoi piccoli ma un pomeriggio si avvicinò il gatto-padre il quale, contrariamente ai maschi della sua specie, era interessato a conoscere i suoi figli. Gironzolò per molti giorni intorno al prato finché il fiuto non lo portò al foro di cinta del giardino di Mario.

S’introdusse silenziosamente nell’aiuola ben curata e, seguendo l’istinto, trovò il luogo appartato dove la mamma cresceva i suoi micini. Si avvicinò guardingo.

Non appena Baby lo riconobbe, arruffòil pelo e digrignò i denti fino a che non lo convinse ad allontanarsi. Nello stesso momento, arrivò Alina in una delle sue visite quotidiane ed emise esclamazioni di meraviglia alla vista della gatta tanto sconvolta. Mitò, intento a consumare la pappa all’interno della casa, si precipitò fuori. Scorse dietro il muro del giardino la coda striata del felino rivale. Lo rincorse, ma inutilmente. Tornò rabbioso sui suoi passi ripromettendosi di coglierlo presto sul fatto.

L’altro non si diede per vinto. Trovato il foro nel giardino chiuso da Mario, saltò su un albero e, attraverso l’alto muro di cinta, si arrampicòsui lunghi ramicercando un appiglio che gli permettesse di scendere. Trovò un gancio su cui approdò prima di lanciarsi a terra.

I suoi movimenti felini non avevano prodotto alcun rumore ma Mitò, sempre all’erta, si avventò sull’avversario prima che questi riuscisse ad avvicinarsi alla famigliola addormentata.

Ci fu una breve lotta.Molto presto, il randagio abbandonò il campo malconcio.

Dato che nessuno sembrava apprezzare le sue buone intenzioni, pensò di attendere tempi migliori. Infatti, quando i gattini cominciarono la loro vita fuori dal giardino, conobbero il loro padre naturale.

Nel mentre, la gatta col fiocco rosa si vide passeggiare sempre più spesso con il fiero gatto persiano che ormai aveva dimenticato del tutto le orgogliose parole del nonno.

Si vociferava che i prossimi figli di Baby sarebbero stati color grigio-argento e Alina si fece promettere dalla mamma che, in quel caso, ne avrebbe tenuto uno per sé.

Maria Rosaria Fortini

 

 

 

 

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