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Favola della domenica – L’Abete

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C’era una volta un piccolo abete che cercava una casa dove abitare. Adorava i bambini e sperava di capitare in un luogo dove ve ne fossero tanti.

Un giorno di dicembre un uomo e un ragazzo gli si avvicinarono.

“Ecco un bell’albero da adornare per Natale”.  L’uomo si apprestò a tagliare il tronco dell’abete con una piccola sega.

L’albero tremò. Non pensava di dover morire così giovane.

Si avvicinò una famiglia in gita domenicale. “Vuole recidere questo abete?” chiese un giovane.

“Sì, devo metterlo in casa con gli addobbi natalizi e le luci.”

“Io lo pianterei nel mio giardino con tutte le sue radici”.

abete“Perché mai? Dopo le feste, non servirà più”.

“Permette che glielo paghi? Con la penuria che c’è di alberi, vorrei farlo vivere ancora a lungo.”

“Se lo prenda pure! Vuol dire che con i suoi soldi ne comprerò uno finto.”

“Grazie” disse con sollievo il giovane, che era il padre di una bambina di nome Sara e di un ragazzo più grande di nome Andrea.

L’abete sospirò di contentezza. Oltre a rimanere in vita, avrebbe lasciato il suo bosco e sarebbe entrato a far parte di una famiglia giovane e allegra.

Il giorno successivo troneggiava in un piccolo giardino molto curato, addobbato con nastri e sfere colorate.

Per diverso tempo fu ammirato e contemplato da tutti. Nella festosa atmosfera natalizia si mostrava ridente e profumato agli ospiti della bella famiglia. C’erano Sara e Andrea che giocavano nella sala che dava sul prato e c’era Stella, un barboncino che amava poco stare all’aperto.

All’abete piaceva molto quando, d’estate, i ragazzi si arrampicavano sui suoi rami più bassi; era come abbracciarli e avvolgerli nella sua fragranza.

Un giorno Sara salì troppo in alto. C’era vento e la bambina, terrorizzata, non riuscì ad emettere grida di aiuto. L’albero approfittò delle folate di vento. Chinò i suoi lunghi rami e scosse il tronco dove si aggrappava la piccola costringendola a percorrere senza pericolo uno dei rami inclinati fino a terra. Piangendo, la bambina entrò in casa raccontando l’accaduto. I familiari uscirono sul giardino per abbracciare l’amico albero che si stava ricomponendo.

L’abete crebbe insieme ai bambini. A dicembre di ogni anno essi lo rivestivano con gli stessi ornamenti e sfere natalizie.

Dopo molto tempo i ragazzi, divenuti adulti, lasciarono la casa dei genitori. Da allora l’abete si sentì triste e troppo cresciuto per essere ancora decorato e illuminato nel piccolo giardino.

“In questo minuscolo pezzo di terra il nostro bell’albero languisce” osservò una vigilia di Natale la mamma.

Il padre commentò: “Hai ragione, è fatto per rallegrare dei bambini.. però, questa casa non sarebbe la stessa senza di lui.”

“Vorresti forse abbatterlo?” chiese allarmata la mamma.

In quel momento uscirono sul giardino Sara, Andrea e i loro quattro bambini.

“Ti ricordi quante volte ci siamo nascosti dietro i suoi rami?” chiese Andrea alla sorella. Ambedue avevano ascoltato le ultime battute dei genitori.

“Sì, sono stata sempre grata a papà per averlo salvato tanti anni fa.”

“Se siete d’accordo, lo trapianterò nel boschetto della casa dove io e Sara siamo andati ad abitare con le nostre famiglie” esclamò Andrea. Tutti emisero grida di gioia.

L’abete tremò di felicità. Non soltanto perché desiderava da tempo distendere le sue radici costrette dal terreno insufficiente, ma soprattutto perché avrebbe goduto di nuovo dei giochi e della compagnia dei bambini. Da qualche tempo aveva perso parte del suo vigore e della sua allegria.

Il luogo dove fu piantato e adornato il giorno stesso, era un terreno scosceso dove trovavano posto decine di altre specie sempreverdi.

Luisa e Luigi, i figli di Andrea e i loro cuginetti appesero le sfere e le strisce natalizie sui rami più bassi mentre i loro genitori, su una lunga scala, addobbarono la cima. Quale non fu la felicità dell’abete nel riconoscersi il più bello e luminoso di tutto il circondario! Molti, tra grandi e piccoli, chiedevano il permesso di entrare nel boschetto per ammirarlo.

Quell’anno il Natale fu veramente magico. In compagnia dei bambini l’albero era un burlone; giocava e rideva con loro senza stancarsi mai!

I quattro cugini avrebbero desiderato dei piccoli abeti a loro misura e chiedevano ai genitori se il loro amico non potesse avere dei figli.

A queste parole l’albero ricordava come dai suoi frutti caduti fossero nati negli anni passati dei piccoli arbusti ma la mancanza di spazio, nel terreno precedente, aveva impedito che continuassero a crescere.

Il nonno raccontava di quante volte, nel bosco dove l’aveva preso da piccolo, aveva visto scoiattoli che salivano sui rami degli alberi più alti oppure i picchi che facevano il nido nell’anfratto dei loro tronchi.

L’abete ascoltava e gli sembrava di ricordare la sua infanzia, quando vedeva scorrazzare i roditori e volteggiare uccelli di tante specie in cima ai fratelli più grandi di lui. Che cosa avrebbe raccontato ai suoi figli, se ne avesse avuti? Ora che gran parte della sua vita era trascorsa ai margini della città in due villette più piene di persone che di piante e animali, si rese conto di aver perduto un po’ delle sue origini. Soltanto formiche e insetti erano passati sui suoi rami e qualche raro passerotto. A differenza dei fratelli del bosco, però, era stato allietato tutti i giorni dalle risate e dalla vitalità dei bambini.

Pensando a queste cose, l’albero non si accorgeva che nel nuovo terreno irrobustiva i suoi rami e cresceva a vista d’occhio. Quando arrivò la primavera, dai semi delle pigne cadute, nacquero tanti bei virgulti. Man mano, essi crebbero rigogliosi e diedero vita a un vero boschetto di abeti.

Finalmente ora, oltre alla famiglia umana, l’albero aveva anche una famiglia di suoi simili e si augurava che molti animali grandi e piccoli avrebbero trovato alloggio tra di loro, nell’abetaia, per rendere felici e allegri anche i loro amichetti umani.

Maria Rosaria Fortini

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