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Favola della domenica – Le perle della scogliera

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C’era una volta un luogo di mare fatato, la cui riva era formata da una piccola spiaggia contornata da rocce variegate, bianche quando il sole vi batteva a picco, grigie quanto il cielo minacciava  tempesta.

A poca distanza dalla scogliera, tra le onde, due picchi gemelli affioravano dall’acqua. Erano stati chiamati “Le perle delle scogliera” da alcuni naviganti che erano naufragati da quelle parti molto tempo prima.

La loro nave si era frantumata proprio contro i due pilastri di roccia. Tutti gli uomini si erano miracolosamente salvati. Dopo pochi giorni, erano stati raccolti da una nave di passaggio. Per questo avevano dato quel nome poetico alle due rupi.

PerleLe Ondine, che li avevano aiutati e protetti nel corso dell’avventura, li avevano, non viste, salutati e accompagnati con lunghi canti sibilanti che i naufraghi avevano  appena udito.

Erano millenni, addirittura dalla notte dei tempi, che quelle creature facevano la guardia ai pilastri di granito e furono grate ai marinai che avevano intuito la loro presenza dando un nome tanto suggestivo al luogo fatato.

Come ogni sera, anche quel giorno le Ondine si sedettero sulle crespe formate dalle onde a raccontarsi storie di navi, di mare e di naufraghi.

“In su e in giù per i marosi, abbiamo assistito a eventi pericolosi, che dal fondo e da lontano, han travolto legni e uomini in modo strano…” Le eteree creature comunicavano tra loro in rima, in una lingua che era per metà marina e per metà umana e il vento riportava la musica che usciva dalle loro labbra.

Salvo, un subacqueo tuffatosi da qualche ora al largo di un isolotto vicino, era stato trascinato senza controllo da correnti sottomarine. Svenuto in un primo momento a causa della violenza dell’acqua, stava ora andando alla deriva nel punto in cui affioravano le guglie gemelle.

Le Ondine lo osservavano piene di sorpresa. Era la prima volta che vedevano un  pesce di gomma nera. Si scambiarono canti e parole per aiutare l’essere in difficoltà.

“Prendi il pesce nero e sollevalo per intero” cantava una. “Poggiamolo sull’onda, che possa arrivar alla sponda” diceva un’altra. “Finché il mare non si placherà, e riprender la sua strada potrà.”

Salvo rinvenne quando si trovò a filo d’acqua. Si tolse gli occhiali e il boccaglio rivelando la sua natura umana. Dopo un momento di sorpresa, le Ondine lo guidarono verso la riva modulando una nenia utile a ridargli forza ed energia.

Arrivato sulla spiaggia, il giovane si sollevò, incuriosito. Aveva avuto la sensazione di essere stato trasportato da figure lievi e indefinite ed ora udiva melodie sibilanti di cui non capiva la natura.

“Chi c’è qui?” domandò guardandosi intorno. Le Ondine sussurrarono amabilmente:

“Dolce signore, la tua richiesta ci arriva dritta al cuore. Se le nostre figure vuoi contemplare, i marosi dovrai solcare e sulle guglie appuntite dovrai sostare.”

Salvo non se lo fece ripetere due volte. Raccogliendo le forze si tuffò in acqua, attraversò le onde e raggiunse le rupi alte molti metri. Si tolse la tuta e, a piedi nudi, cominciò ad arrampicarsi. Arrivò sulla cima di una delle due.

Come in un caleidoscopio, gli apparvero immagini colorate in movimento. Riuscì a distinguere sagome femminili di particolare bellezza. Sorridevano nei volti regolari ed erano avvolte quasi del tutto da capelli lucenti di colore biondo, rosso e azzurro scuro. Affascinato, desiderò parlare con loro. Insieme al rumore del mare, gli arrivarono  alcune parole:

“In rima ci devi parlare, se vuoi, i nostri pensieri, ascoltare.”

Rispose: “Mie care protettrici, vi sono molto grato poiché la vita mi avete salvato.”

“Non ci pensare. La nostra gioia è, uomini e creature in pericolo, aiutare.”

“E’ audace, il vostro nome, domandare?”

“Siamo le Ondine, le Sirene, le Fate del mare…”

Si alzò un’onda più alta delle altre. Il giovane si affrettò a tornare indietro. Avvistò una barca in lontananza. La corrente e il forte vento la trascinavano verso la scogliera. Le sagome degli occupanti apparivano e scomparivano ai suoi occhi. Indovinò due donne e un ragazzo.

Con l’udito allenato, udì le Ondine scambiarsi frasi e rime; con la vista acuita, seguì i loro movimenti intorno alla barca. La circondavano e la sollevavano dai flutti nei quali rischiava di inabissarsi definitivamente.

Le due donne si agitavano, il ragazzo azionava, come poteva, il timone pregandole di non muoversi.

La barca si diresse a gran velocità verso la spiaggetta e riuscì ad approdare senza danni.

“Dio sia lodato!” esclamò la donna scendendo.

“L’abbiamo scampata bella” aggiunse la ragazza.

“Sei stato bravo a manovrare il timone” disse Salvo rivolgendosi al ragazzo che, esausto, sorrise. “Dove ci troviamo?” chiese.

“In un isolotto accanto a quello dal quale sono partito questa mattina per un’escursione subacquea. Sono stato travolto dalle correnti che, qui vicino, sono molto forti e sono miracolosamente riemerso sano e salvo.”

“Anche per noi si è verificato un miracolo, credo.”

“Questo è un luogo magico” disse la ragazza, “il vento sembra voler cantare.”

“L’importante è di poter tornare al villaggio turistico da cui siamo partiti” affermò la donna, madre dei due ragazzi.

Salvo pensò alle Ondine, al loro compito di aiutare chi fosse in difficoltà.

“Se insieme alle Ondine canteremo” esordì con sicurezza “un evento straordinario procureremo.”

La ragazza lo guardò interdetta. La madre, sbalordita, smise di sistemarsi gli abiti. “Che cosa hai detto?” esclamò.

“Fate come me” insisté Salvo. Cominciò a modulare la nenia che aveva udito sussurrare dalle belle figure quando l’avevano aiutato.

Il ragazzo lo imitò… Quasi istantaneamente il vento cessò e il mare si placò, tanto da permettere alla barca di riprendere il largo. Mentre i quattro naufraghi guadagnavano la via del ritorno, Salvo poté sentire i canti di saluto e di sostegno con i quali le Ondine li accompagnavano con sollecitudine e amore, toccando loro profondamente il cuore.

Maria Rosaria Fortini

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