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Favola della domenica – Poesia

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C’era una volta uno scrittore di racconti di nome Virgilio che avrebbe desiderato scrivere poesie ma, per quanto tentasse, non riusciva ad esaudire il proprio desiderio.

Lesse libri di autori italiani e stranieri, si procurò testi di tecnica poetica, parlò con altri artisti. Provò a comporre rime con analogie, metafore e allocuzioni in quartine, sestine, endecasillabi e altro ancora ma ciò che produceva non poteva chiamarsi poesia.

Cercò allora di concentrarsi nel silenzio. Immaginò deserti, notti stellate, vallate e vette dove solo l’aquila può fendere l’aria. Si vide al suo posto sorvolare rocce, rupi e fiumi impetuosi. Alla fine, stremato, raggiunse, d’estate, un monastero, per riflettere e pregare.

“Il mio grande desiderio è di scrivere poesie, vivere nella poesia” confidò ad un monaco.

“Figlio mio” rispose il religioso “non è con la volontà e l’accanimento che questo potrà accadere. La poesia sgorga dal cuore.”

Queste parole furono illuminanti per lo scrittore che, da allora, cominciò a sondare il proprio cuore.

‘Chi sono, che cosa voglio, perché sono insoddisfatto?’ si chiedeva ogni giorno.

“Se ami tanto scrivere” gli suggerì il monaco “fallo con più intensità e passione e la poesia trasparirà dai tuoi scritti.”

“Ma io scrivo anche per vivere” si lamentò Virgilio; “devo seguire le richieste commerciali del mio editore.”

“E’ una tua scelta.”

Virgilio si ritrovò, solo, tra filari di kiwi e di uva che si estendevano accanto al convento. Osservava le meraviglie della natura e si chiedeva come potesse un minuscolo seme generare frutti grandi e seducenti.

Camminando, lo sfiorò una farfalla di tanti colori. Al suo tocco lieve, provò un brivido. Pensò che fosse il fremito del poeta.

In città, accadevano raramente di questi momenti. Viveva in un piccolo sottoscala, semplice e curato, dove riceveva spesso amici e una ragazza che lo frequentava “perché” diceva “voglio dare un tocco di arte alla mia vita e amando uno scrittore posso imparare a scrivere anch’io.”

Accanto alla chiesetta, contornata da fiori, s’imbatté in una graziosa ragazza vestita di arancione. Le trecce castane le scendevano sul petto e la gonna leggera svolazzava intorno al corpo snello. Al braccio portava un cesto pieno di provviste.

Virgilio ebbe un sussulto. Gli sembrava di vivere una favola. Si affrettò per incontrarla.

“Salve, mi chiamo Virgilio, sono un ospite del monastero. Vederla vestita del colore del sole sullo sfondo del cielo e del prato fiorito, mi ha fatto impressione” le disse.

“Grazie, io sono Roberta. Mi dispiace, non volevo disturbarla.”

“Non mi disturba. Sta andando al convento?”

“Sì, vengo dall’agriturismo sulla collina a portare i dolci per la colazione dei monaci e dei loro ospiti.”

“Scende tutte le mattine?”

“Sì, non mi ha mai visto?”

“No, a quest’ora sono solito passeggiare sull’altro lato dell’edificio. Abita all’agriturismo?”

“Sì, vengo d’estate ad aiutare i miei e a prendere aria buona.”

“D’inverno dove abita, se posso chiederlo?”

“In città, studio per diventare infermiera. E lei?”

“Io scrivo romanzi gialli, ma vorrei essere un poeta.” Parlando, si avviavano verso l’edificio religioso.

Dopo aver aspettato che la ragazza facesse la consegna, Virgilio la riaccompagnò fino alla costruzione sulla collina dove quel giorno si trattenne e pranzò.

Nei giorni successivi, prese l’abitudine di raggiungere il dolce declivio dove si ergeva l’agriturismo. C’erano vari ospiti. Fece delle amicizie. Se Roberta era libera, si univa a lui e agli altri.

Le vacanze di solitudine e di riflessione si convertirono in piacevoli svaghi in compagnia. Si parlava molto, di vari argomenti, con semplicità e buonumore

Virgilio dimenticò il tormento di non essere un poeta. Cominciò a scrivere di getto idee che gli venivano dal cuore. La penna scorreva veloce sul quaderno. Poi a casa avrebbe trascritto tutto al computer. Per adesso, provava piacere nel far fluire i pensieri dalla mente al braccio e sui fogli rigati.

Dilungò il suo soggiorno di ulteriori due settimane fin quando anche Roberta fece ritorno in città. La ragazza gli confidò di abitare in un appartamento con due compagne di studi. Oltre a prepararsi per essere un’infermiera, si occupava di persone meno fortunate di lei. Visitava i malati del suo ospedale, aiutava nello studio i bambini in difficoltà e raccoglieva fondi per le più svariate opere umanitarie.

Al suo confronto Virgilio si sentiva un uomo superficiale, preso solo da insoddisfazione per tutte le cose che lo riguardavano.

Volle imparare da lei e l’accompagnò, durante l’inverno, nei suoi giri benefici. Si accorse di provare la poesia dei sentimenti. Decise allora di cambiare il suo modo di scrivere. Non più gialli a sfondo commerciale, ma piccole storie dense di personaggi a sfondo umano. Roberta divenne protagonista di numerosi racconti.

La ragazza si era da poco trasferita nel suo piccolo sottoscala e aveva dato luminosità alle sue giornate. Virgilio pensava a ciò mentre batteva sui tasti del computer preso da forte ispirazione.

Il suo editore, al principio diffidente, fu fiero di lui. Oltre ad essere stato capace di migliorare il suo stile, gli disse, era stato in grado di inventare qualcosa di originale che incontrava il favore dei lettori. Era sicuro che i suoi libri avrebbero avuto grande successo.

Virgilio si meravigliava della piega che aveva preso la sua vita. Scriveva pagine che si avvicinavano molto alla poesia. Ciò che aveva inseguito spasmodicamente e per tanto tempo, ora gli riusciva senza sforzo.

Quando l’estate successiva tornò con Roberta al consueto luogo di vacanza, l’amico monaco scoprì in lui un radicale cambiamento e indovinò con soddisfazione che il suo pupillo aveva esaudito il desiderio di avvicinarsi alla poesia vivendola, con amore e impegno, nella vita vera.

Maria Rosaria Fortini

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