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La guerra che la Russia non poteva vincere

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Il prodotto interno lordo russo è, grossomodo, sui livelli di quello spagnolo.
Sommando quello dei paesi della sola Unione Europea, alcuni dei quali (Francia, Italia e Germania) superano il PIL russo, si inizia ad avere un’idea della sproporzione economica che sta dietro alla guerra ucraina.
La spesa della Federazione Russa per il comparto militare (armamenti, personale, logistica) si attesterebbe a circa il 4,5% del PIL per l’anno 2020. Queste stime risentono ovviamente delle fluttuazioni del valore del rublo rispetto al dollaro, dato che sono effettuate proprio in valuta statunitense.
In maniera analoga, con il totale dei budget militari (pur non elevati in valore percentuale sul PIL) dei soli paesi membri dell’UE si arriva ad un multiplo di questa cifra.
Non ci sono però solo i numeri a dirci che Putin si è infilato in un ginepraio.
Molto spesso il Cremlino ha annunciato nuove “wunderwaffen”. Non si contano gli annunci iperbolici basati su progetti di ricerca o prototipi che nulla hanno a che fare con la messa in produzione e la operatività di un sistema d’arma.
Inoltre, la storia tecnologica militare russa degli ultimi quindici anni è tutt’altro che una storia di successo.
A prescindere dal disastro del sottomarino Kursk (pare provocato da un problema ad un modello sperimentale di siluro che sarebbe esploso nel tubo di lancio devastando la prora del natante), molti degli annunci russi non hanno poi trovato attuazione pratica: ad esempio il T-14 “Armata” una evoluzione del concetto di MBT con torretta completamente automatizzata non è al momento operativo nel teatro ucraino, dove invece compaiono soprattutto T72 e T90 con le performance che conosciamo.
Altro problema è la disponibilità di armamenti di precisione: al di là dei missili, si fa riferimento a bombe guidate d’aereo e a munizioni guidate per le artiglierie. La modestissima performance della VVS-RF (l’aviazione militare russa) si deve soprattutto alla necessità di utilizzare bombe a gravità (a caduta libera) esponendo i cacciabombardieri, costretti al volo radente per centrare “a vista” i bersagli, al fuoco di missili Stinger portati a spalla dalla fanteria ucraina (missili a cortissimo raggio quindi) ovvero a entrare nel raggio operativo dei sistemi, russi anch’essi, ma in dotazione agli ucraini, di tipo S-300.
Anche per l’artiglieria è la stessa musica: gli ucraini stanno dispiegando obici francesi motorizzati Caesar, completamente automatizzati e dotati di proiettili guidati e, in un futuro molto prossimo, disporranno dei semoventi di artiglieria tedeschi PzH2000. L’omologo russo, il 2S19 “Farm”, potrebbe impiegare il proiettile guidato Krasnopol-M che però sarebbe disponibile in numeri limitati e presenterebbe problemi a livello di designatore laser e di cattiva conservazione.
L’embargo occidentale poi (basti pensare che i russi hanno dovuto abbinare ai Krasnopol designatori laser di fabbricazione francese e israeliana) non sta aiutando la filiera industriale militare autoctona.
Le poche scorte di munizionamento moderno, se ne residuano, non dureranno a lungo, quindi.
Rimane poi del tutto evidente la “fumosità” dell’agenda militare strategica russa, quali cioè siano gli obiettivi che la campagna in ucraina intenderebbe raggiungere. Senza una definizione degli obiettivi è impossibile una programmazione realistica dello sforzo bellico.
Infine, ci sono i problemi sul “materiale umano”: il ricorso a personale straniero, a mercenari, ai ceceni evidenzia che l’esercito russo è in grande difficoltà non soltanto a mettere in campo unità con un minimo di esperienza, ma a mettere in campo unità in condizione di combattere.
I russi verranno progressivamente, ma inevitabilmente respinti nelle posizioni inziali, pur lasciando dietro di sé un paese devastato da bombardamenti di artiglieria “stupidi” e lanci di razzi non guidati. Ci vorranno mesi, però, perché ciò accada, ma gli ucraini sono disposti a pagare il prezzo. In Occidente già si fanno i conti su come ripartirsi le ricche commesse per la ricostruzione.
In gioco c’è l’integrazione nel sistema economico europeo occidentale di un paese che ha notevolissime risorse agricole e industriali (che poi è il vero “piattino” alla base della guerra, dato che il grano si esporta e la democrazia un po’ meno).
Gli scenari che si aprono per il dopo ostilità sono ovviamente inquietanti e riguardano soprattutto il destino del sistema di potere russo.
Questi scenari vanno da una Russia ripiegata completamente su sé stessa in una sorta di delirio autarchico in stile nord coreano ad una dissoluzione del sistema cleptocratico putiniano. Pensare ad una tardiva fioritura democratica è invece illusorio: ce lo dice la storia russa.
In entrambi i casi il problema è, comunque, l’arsenale nucleare ex sovietico e ora russo, il vero convitato di pietra di tutta la vicenda.
E’ quindi certo che, ad un dato momento, l’Occidente dovrà esercitare una qualche forma di realismo politico per prevenire l’uno o l’altro scenario. Per il proprio interesse.

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