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Ainis, la fiducia per ottenere la sfiducia

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Michele Ainis ha detto e ripetuto di non volersi esprimere per il Sì o per il No sul referendum costituzionale, ma non ha fatto certo mancare le critiche al testo della riforma Boschi e ora alla soluzione della crisi di governo, conseguente alla bocciatura popolare. Oggi, nell’editoriale su Repubblica, elenca una serie di distorsioni logiche riassunte in sette paradossi che mostrano tutte le falle e le stranezze della politica italiana.

Dei sette paradossi, qui ne cito solo alcuni, quelli che mi colpiscono di più, e lascio al lettore il piacere di leggere anche gli altri su Repubblica di carta o digitale.

Il primo paradosso segnalato da Ainis riguarda le dimissioni, che “Renzi le avrebbe rassegnate su due piedi, subito dopo il ko del referendum; Mattarella gli ha chiesto d’aspettare l’approvazione della legge di bilancio. Sicché quest’ultima, a sua volta, è stata timbrata dal Senato su due piedi, o meglio nello spazio di due giorni. Dimostrando così che il bicameralismo paritario non è affatto un intralcio, che il Senato non è affatto un freno”. (…)

MICHELE AINIS

MICHELE AINIS

Il secondo paradosso, il più paradossale, riguarda la fiducia: “Quella posta dall’esecutivo sulla legge di bilancio, che il 9 dicembre ha ottenuto l’assenso di 173 senatori. Ora, la questione di fiducia – secondo Ainis – è un po’ un ricatto verso i parlamentari della maggioranza: o votate quel tal provvedimento – dice il governo – oppure mi dimetto. Invece stavolta la fiducia serviva per accelerare le dimissioni, non per scongiurarle. Più che una minaccia, recava una promessa. Sicché i senatori si sono trovati nella singolare condizione d’approvare una fiducia per esprimere sfiducia”.

Il terzo paradosso si riferisce alle consultazioni al Quirinale. Dove, osserva Ainis, “hanno sfilato 23 delegazioni, un record. Eppure questo Parlamento è figlio del Porcellum, il supermaggioritario bocciato poi dalla Consulta. Morale della favola: nessun maggioritario frappone un argine alla disgregazione, quando gli eletti disfano gruppi e partiti in Parlamento (263 cambi di casacca nella legislatura in corso, altro record). Bisognerebbe correggere il divieto di mandato imperativo, come propongono all’unisono Grillo, Renzi, Berlusconi; ma guarda caso, questa è l’unica riforma che non ci hanno sottoposto”.

Il quarto paradosso riguarda la legge elettorale. “Difficile, dice Ainis, inventare l’ennesimo modello: il tempo è poco, gli ingegneri sono esausti. Non resta che rivolgersi al mercatino dell’usato, dove si trovano due sistemi bell’e pronti: il proporzionale della prima Repubblica; il Mattarellum con cui ha esordito la seconda”. (…)

Il quinto paradosso si riferisce ai compiti della Corte costituzionale: “È un giocatore di riserva, dice Ainis, ma può segnare il gol che decide la partita. Succederà se le forze politiche non riusciranno a licenziare la riforma dell’Italicum, come nel 2013 non riuscirono a mettersi d’accordo sul superamento del Porcellum. A quel punto intervennero i giudici costituzionali (sentenza n. 1 del 2014); e nacque il Consultellum, tutt’ora vigente nei soli riguardi del Senato. (…). Ma se le leggi elettorali le scrive la Consulta, significa che il Parlamento non ci serve, dunque non ci servono elezioni, dunque non ci servono leggi elettorali”. (…)

Ard

 

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