Ainis, il suicidio del parlamento

Il parlamento italiano, vale a dire la democrazia, si sta suicidando un po’ per volta, a comode rate, e a chi lo spinge sulla strada senza ritorno non va neanche bene, ha fretta di vederlo sostituito magari da un referendum permanente via internet. E i politici, probabilmente con la coscienza sporca, invece di difendere la democrazia abbassano la testa.

Michele Ainis, con un editoriale sulla Repubblica di oggi, denuncia che “il Parlamento si direbbe impegnato a tempo pieno nel ridimensionamento dei propri poteri, nella decapitazione delle sue antiche garanzie. Ultimo episodio: la riforma dei vitalizi. Ma le riforme in negativo costellano tutto l`arco di questa legislatura ormai al tramonto”. (…)

Per Ainis, sono almeno quattro i successivi tentativi di suicidio del parlamento. “Primo: il finanziamento pubblico ai partiti. Brevettato da
una legge del 1974, dopo lo scandalo delle elargizioni in nero versate
alle forze di governo dai petrolieri. Poi abrogato nel 1993 da un referendum, ma immediatamente riesumato sotto le mentite spoglie dei rimborsi elettorali”. (…) Poi, “il decreto legge n. 149 del  2013 abolisce il finanziamento pubblico diretto, sostituendolo con un sistema d`agevolazioni fiscali per le donazioni private; la legge n. 175 del 2015 rafforza i controlli sui bilanci dei partiti; un disegno di legge approvato dalla Camera nel giugno 2016 sancisce ulteriori restrizioni”.

L’elenco di Ainis così prosegue: “Secondo: le immunità parlamentari. Nella Costituzione originaria c`era l`autorizzazione a procedere, ossia il visto obbligatorio delle Camere per sottoporre a processo penale
deputati e senatori; e c`era l`autorizzazione agli arresti. Nel 1993, durante Tangentopoli, una revisione costituzionale le ha cancellate entrambe, lasciando sopravvivere l`assenso parlamentare soltanto quando non sia ancora intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Adesso l`ultimo passaggio: dalla riduzione alla disapplicazione delle immunità superstiti. Nelle 16 legislature
precedenti furono appena cinque i voti favorevoli all`arresto d`un parlamentare; in questa legislatura se ne contano già tre”. (…)

E ancora: “Terzo: i vitalizi, per l`appunto. Introdotti nel 1954 per i parlamentari cessati dalla carica, erano già stati sforbiciati nel 2012, rimpiazzando le vecchie e generose regole con un sistema di tipo previdenziale. E però non basta, non basta mai. Così la legge Richetti,
votata il 26 luglio dalla Camera, allunga le forbici anche sugli ex parlamentari, nonostante i dubbi di costituzionalità circa il rispetto
dei diritti quesiti e circa l`uso della legge in una materia riservata ai regolamenti di Camera e Senato”. (…)

E infine: “Quarto: il suicidio del Senato. La riforma Renzi-Boschi, licenziata in Parlamento l`anno scorso, lo trasformava in un orpello delle nostre istituzioni, in un dopolavoro per consiglieri regionali sfaccendati. Con soluzioni, dunque, ben più radicali rispetto alla
riforma del Senato approvata nel 2005, e peraltro destinata a entrare in vigore solo nel 2016, per i nipotini dei senatori che l`avevano
votata. Stavolta, invece, intervento senza anestesia, senza rinvii. Ma il referendum del 4 dicembre ha respinto la riforma: perché tenere aperto un Senato di fantasmi, quando sarebbe più semplice abolirlo,
cancellarlo dalla faccia della terra?”.

Morale della favola, secondo Ainis: “cari partiti, cari parlamentari,
state sbagliando tutto. Pensate di placare l`odio delle folle, chinando il capo sulla gogna; in realtà lo ravvivate, le vostre maschere dolenti sono come il sangue della preda che attira gli squali”. (…)

L`immunità dagli arresti, ricorda Ainis, risale al 1790, quando l`Assemblea nazionale francese reagì con un decreto all`incriminazione del deputato Lautrec; e nel 1947, alla Costituente,
l`istituto fu progettato da Mortati, il maggiore fra i costituzionalisti italiani”. (…)

Non è vero, conclude Ainis nell’editoriale che potete leggere sulla Repubblica di oggi nell’edizione cartacea o digitale, “non è sempre vero, che le prerogative dei parlamentari introducano altrettanti privilegi. Dipende dai casi, dalle circostanze. Ma non si può vietarne
l`uso per contrastarne l`abuso”.

Arrigo d’Armiento