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Ha vinto Grillo. Ora vedremo quale uso farà della vittoria

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“Bravi! E adesso, che ve ne fate?” disse Togliatti a Pajetta che gli aveva appena comunicato di aver conquistato manu militari la prefettura di Milano. È la stessa domanda che oggi tutti fanno a Grillo e al suo battaglione di ortotteri, partito più votato a Montecitorio, vero trionfatore delle elezioni legislative. Pajetta capì subito che cosa doveva farsene della prefettura e lo fece: se n’andò via con la coda tra le gambe lasciando al prefetto il compito di fare il prefetto.

E Grillo? Che cosa se ne farà della vittoria non ce lo ha ancora detto, forse non lo sa nemmeno lui. Finora ha soltanto ripetuto che cosa non farà: non voterà la fiducia a Bersani e a nessun altro. Si limiterà a prendere a scappellotti governanti e parlamentari, votando sì o no alle leggi. Pare di capire che voterà sì alle leggi proposte da lui, o dai suoi, visto che lui in parlamento non è voluto entrare, e voterà no alle leggi proposte dagli altri.

Effettivamente, nei parlamenti questo si dovrebbe fare: votare sì o no alle leggi, interrogando soltanto la propria coscienza, non secondo gli ordini del partito. Si dovrebbe fare se in Italia vigesse la separazione dei poteri tra legislativo e esecutivo: il parlamento fa le leggi e il governo governa. Ma in Italia il parlamento ha come primo compito quello di votare la fiducia al governo, senza la quale un governo non può governare e può soltanto dimettersi.

E Bersani, pover’uomo? A lui, capo della coalizione di maggioranza alla camera (al senato la maggioranza non ce l’ha nessuno) tocca fare il primo tentativo di mettere insieme un governo. Se Grillo dice no, non resta che Berlusconi oppure lo scioglimento anticipato delle camere e nuove elezioni. Un’altra maggioranza non c’è.

Però esiste la possibilità di fare un governo di minoranza, uno di quei governicchi che un tempo venivano chiamati balneari (duravano una sola estate), o di tregua, o di non-sfiducia. Un governo che potrebbe contare su qualche astensione al senato, per esempio quella di Berlusconi, conseguente a una trattativa sul programma. Un programma minimo, che non pesti i piedi a nessuno. Per poi tornare alle urne, con risultati al momento inimmaginabili.

Una via d’uscita all’evidente ingovernabilità ci sarebbe. Davanti a una situazione ingestibile, il Pd potrebbe trovare il coraggio – che in troppe occasioni ha finora sotterrato – di trattare col Pdl la riforma istituzionale in senso semi-presidenziale: il capo dello stato, eletto direttamente dal popolo, nomina un governo che per governare non ha bisogno del voto di fiducia e il parlamento è finalmente libero, come vuole Grillo, di votare le leggi per il loro contenuto, non per fare un favore o un dispetto al governo.

Il mio è un sogno? Sì, ma anche Grillo è partito da un sogno. Adesso vediamo dove andrà a finire, o a ricominciare.

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