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I PARLAMENTARI POSSONO CONTINUARE A CAMBIARE PARTITO: GIUSTO COSÌ

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Il senato ha bocciato con 233 “no” e soltanto 45 “sì” l’emendamento del senatore Roberto Della Seta (Pd) che mirava ad abolire dall’articolo 67 della Costituzione l’assenza di vincolo di mandato nell’elezione di deputati e senatori. Insomma, i parlamentari possono tranquillamente continuare a cambiare partito come e quando vogliono, fregandosene bellamente dell’intenzione di voto di chi li ha eletti. Nella presente legislatura lo hanno fatto più di cento fra on. e sen. Molti hanno cambiato bandiera due volte, uscendo dalla maggioranza per rientrarvi subito dopo.
Non è certo un bello spettacolo, eppure è giusto così. Pensateci bene: se si introduce il vincolo di mandato, per cui chi è eletto nella maggioranza (o nell’opposizione) è costretto a votare come gli impone il suo partito, a che cosa serve il parlamento? Sarebbe sufficiente dire che ogni partito vale, conta per la percentuale di voti che ha ottenuto. Per eliminare il triste fenomeno dei voltagabbana, la ricetta è un’altra: abolire il voto di fiducia al governo. Un governo eletto direttamente dal popolo (presidenzialismo o semipresidenzialismo) solo al popolo deve rispondere. E il parlamento riacquisterebbe il potere legislativo (oggi usurpato dai governi e dai partiti) discutendo e approvando liberamente le leggi. Le maggioranze in parlamento si formerebbero su ogni singola legge non sul sostegno al governo. La Bindi potrebbe così votare, per esempio in materia di diritti civili, insieme a Casini e a Giovanardi, scontrandosi con Sel, mezzo Pd e mezzo Pdl. Così succede nelle democrazie, è ora che succeda anche in Italia.

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