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Il quarto potere e madama la marchesa

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Il quarto potere e madama la marchesa –

Ci vuole coraggio a chiamare “Quarto potere” quello dei giornali e dei giornalisti, prendendo per buona la definizione di Montesquieu che aveva classificato gli altri tre, quello esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario. Pierluigi Allotti il coraggio lo ha e così ha battezzato “Quarto potere. Giornalismo e giornalisti nell’Italia contemporanea” (Carocci editore, 2017, 202 pagine, €17) l’analisi – basata su una ricca documentazione, forse la più ricca a giudicare dalle tante pagine di note in fondo al libro – del mondo dell’informazione, da sempre al centro delle polemiche sull’uso che dei media si fa in democrazia e in assenza di democrazia.

Dopo il successo di “Giornalisti di regime. La stampa italiana tra fascismo e antifascismo” (Carocci, 2012), Allotti ci doveva un’analisi più vasta del giornalismo dal 1848 ai giorni nostri, quelli di internet, dei social network e della crisi della stampa vera e propria, quella impressa dalle rotative sulla carta.

Cambiano i tempi, cambiano le tecnologie, cambiano i regimi, ma in fondo i giornalisti e i giornali non cambiano mai, sempre distinti e non sempre distinguibili in due categorie che più diverse non potrebbero essere: quella di chi fa giornalismo e quella di chi fa propaganda. I primi fanno domande scomode, indagano e scoprono e divulgano notizie irritanti per chi controlla gli altri tre poteri, i secondi si fanno suggerire da chi comanda le parole più efficaci per far sapere alla gente che “tutto va ben, madama la marchesa”.

E il diritto a far parte del quarto potere può rivendicarlo soltanto chi non è al servizio degli altri tre (a contarne soltanto tre, perché poi ci sono i “poteri forti” che sono anche più di tre: banche, multinazionali, grande finanza, mafie, associazioni più o meno segrete, filantropi, Stati stranieri).

Allotti, giornalista con rigore di storico, analizza il giornalismo dell’Italia appena fatta, con la libertà di stampa sancita dallo Statuto Albertino, che ha permesso la nascita dei grandi giornali ai tempi di Giolitti, uno che li rispettava tutti non leggendone nessuno, almeno così diceva. Con la guerra, arriva la prima censura, motivata dalla necessità di non rivelare ai nemici la situazione militare del paese e di non spaventare gli italiani con le tremende notizie che arrivavano dal fronte.

Alla censura ci si abitua e, salvo qualche giornalista coraggioso, temerario, non amante del posto e dello stipendio, ci si adegua in fretta. Così non fu troppo complicato per Mussolini mettere la mordacchia a tutti i giornali, cacciando e sostituendo i direttori più amanti della verità. Allotti quasi si diverte a citare i casi di giornalisti famosi che, dopo aver tentato di difendere la professione, si sono sbrigati a adeguarsi alle nuove regole, alle veline del Minculpop. Volete sapere i nomi? Leggeteli nel libro, sono troppi per essere citati in queste note.

E dopo la guerra viene il dopoguerra, dopo il fascismo viene l’antifascismo, che secondo Longanesi è l’altro nome del fascismo. Giornalisti epurati e subito riaccolti nei giornali, così come i politici e i burocrati. Del resto, se quaranta milioni di fascisti si sono trasformati nel giro di qualche ora o qualche giorno in quaranta milioni di antifascisti, a chi affidare la conduzione dell’Italia e dei giornali se non a chi sapeva come si fa?

E ecco grandi firme fasciste diventare grandi firme antifasciste, da Libro e Moschetto, dalla Difesa della Razza, dai giornali allineati al duce a quelli sinceramente democratici, spesso stessa testata, stesse abitudini, opposte opinioni. Pochi i giornalisti coerenti, veramente pochi. Un nome su tutti: Guido Gonella, che aveva durante il ventennio il privilegio di poter scrivere liberamente sull’Osservatore Romano, al sicuro dentro al Vaticano, criticando il regime del bieco tiranno. Ma gliel’hanno poi fatta pagare nel dopoguerra, quando gli ex fascisti sono riusciti a defenestrarlo dal vertice dell’Ordine. Gonella, antifascista quando il fascismo c’era, non lo era abbastanza nel dopoguerra agli occhi di chi era antifascista solo da poco.

Nell’Italia democratica, Allotti lo mostra con tanti esempi, anche il giornalismo ha dato prova di serietà, di rispetto della libertà, di saper usare il quarto potere per rivelare magagne, rispettando le istituzioni senza troppo inchinarsi davanti ai potenti. Poi, però, i potenti si sono fatti sempre di più sentire, conquistando il controllo di grandi giornali.

Forse, il meglio e il peggio di sé i giornalisti lo hanno dato durante gli anni di piombo, passando dal definire “sedicenti” le Brigate rosse al fare quadrato, salvo eccezioni, in difesa delle istituzioni democratiche. Una difesa che ha avuto i suoi caduti, Casalegno e Tobagi, e i suoi gambizzati, Montanelli, per fare solo qualche nome, ma nel libro ci sono tutti.

E adesso? Adesso si sconta la crisi della stampa, dovuta al progresso tecnologico e alla stanchezza del pubblico, che non crede più di essere “madama la marchesa”. È tanta la sfiducia, quasi sempre giustificata, nelle verità raccontate dalla stampa, che la gente preferisce cercarle in improbabili blog su internet. La televisione e i giornaloni continuano a rassicurare madama la marchesa, a indicare al pubblico ludibrio chi fa comodo ai potenti levarselo di torno, riuscendo involontariamente a convincere i lettori a risparmiare l’euro e mezzo del giornale e i telespettatori a cambiare canale trovando meno truffaldine le televendite e le partite di pallone.

Queste ultime sono considerazioni mie, non di Allotti, che si ferma un attimo prima nel descrivere la crisi del giornalismo, lasciandosi forse lo spazio per un nuovo libro, come sempre ben documentato.

Insomma, va tutto mal madama la marchesa? Ma no, le crisi sono un passaggio tra una situazione e un’altra. Chissà, un giorno forse troveremo su internet più verità di quella che cercavamo sui giornali. Un giorno, forse, chissà.

Arrigo d’Armiento

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