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AINIS: INVETTIVA, ARTIFICIO DELL’ELOQUENZA. MA OGGI SI ESAGERA

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Abbiamo sintetizzato al meglio possibile nel titolo di questa nota – Invettiva, artificio dell’eloquenza. Ma oggi si esagera – l’articolo che sul Corriere della sera Michele Ainis dedica a un antico genere oratorio che da Cicerone arriva fino a Grillo. Dovrebbe essere vietato sintetizzare Ainis, i cui scritti vanno goduti riga per riga, parola per parola. Ma il nostro compito è segnalarli al lettore, invitandolo a leggersi l’originale sul Corriere di carta o digitale. E lo facciamo citando qualche brandello tra i più gustosi.

Non a caso – scrive Ainis – Giambattista Vico, nelle Institutiones oratoriae, iscrive laudationes et invectivae fra gli artifici dell`eloquenza, che a sua volta tende a suggestionare l`uditorio, flettendone la volontà. Ma la suggestione è anche l`effetto che ci procura la poesia, tanto che Platone bandì i poeti dal suo Stato ideale, accusandoli di distogliere l`umanità dal vero sapere. E infatti l`ars poetica è sempre stata vibrante d`invettive, da Persio a Giovenale, da Boccaccio a Petrarca, da Dante (contro Firenze) a Carducci (contro il Romanticismo).

C`è allora – dice Ainis – una lieta novella da annunciare al volgo: in Italia la poesia è viva, e lotta insieme a noi. D`altronde siamo pur sempre un Paese di poeti (…). Peccato che nel terzo millennio l`unico genere poetico ancora in auge sia per l`appunto l`invettiva: contro il rivale in affari, il concorrente politico, il collega di lavoro, il vicino di casa, il cugino di terzo grado. (…) I talk show sono ormai altrettanti ring di pugilato. S`imbastiscono finti processi per consentire a un paio di figuranti d`abbaiare l`uno contro l`altro. Altre trasmissioni mettono in piazza amori e umori, e anche in quel caso basta un fiammifero per accendere la rissa.

C`è poi – scrive Ainis – chi ha saputo tramutare l`invettiva in professione, generalmente ben remunerata: è il polemista televisivo, che i conduttori si disputano sguainando bigliettoni. Del resto a questo punto l`invettiva è regola, e alle regole converrà obbedire. L`altro giorno perfino un meteorologo in divisa, non avendo con chi prendersela, s`è messo ad inveire nei riguardi del maltempo. (…)

Ma il terreno prediletto degli invettori (si dirà così?) è la politica. Per carità, niente di nuovo sotto il sole. Nel 1870 Silvio Spaventa stava pronunciando un discorso alla Camera sulle ferrovie, quando venne interrotto da un deputato dello schieramento avverso, peraltro suo amico personale. Un uomo dalla barba irsuta e dal pancione opulento, che Spaventa apostrofò con un insulto: «Taci, porcospino!». L`ingiuriato reclamò le scuse, il ritiro dell`insulto. E Spaventa: «Ritiro soltanto lo spino».

(…) Le scortesie, alle nostre latitudini, sono fin troppo percepibili. Basta ascoltare un`intervista a caso di Umberto Bossi o di Renato Brunetta, o riascoltare l`invettiva del (fu) algido Mario Monti contro Daria Bignardi e il suo cagnolino Empy. Oppure basta una puntata nel sito web di Beppe Grillo. Lui, d`altronde, ha trasformato l`invettiva in rito, in fonte battesimale per il suo movimento. Inventando il Vaffa-Day (8 settembre 2007), ripetendolo a un anno di distanza (25 aprile 2008), e adesso annunziandolo di nuovo (1° dicembre 2013). (…)

Poi, certo, sostiene Ainis, la castità verbale non è necessariamente una virtù. Non quando si trasforma nell`anestesia della parola, perché a quel punto sterilizza il dialogo, e in ultimo sopisce la forza del pensiero. Ma a quanto pare i politici italiani detestano le mezze misure: se eccedono con il linguaggio orale, diventano fin troppo prudenti con le parole scritte. Specie con quelle immerse nel gran mare delle leggi. Le nostre Gazzette ufficiali convertono i barbieri in acconciatori, i sordi in audiolesi, i disoccupati in incollocati, i poveri in non abbienti, i lebbrosi in hanseniani.

E quando la legge è costretta a misurarsi con le gioie del sesso? Ci gira attorno come una palla da biliardo. Così, la legge n. 194 del 1978 (quella che ha depenalizzato l`aborto) affronta lo scottante capitolo dei contraccettivi. Chiamandoli per nome? No: questi ultimi diventano «mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile».

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