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Ainis: Troppi reati e poca giustizia

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Ainis: Troppi reati e poca giustizia –

Che la giustizia italiana funziona poco e male gli italiani lo sanno, a loro spese, da tanto tempo. E da tempo hanno perso le speranze che la situazione possa migliorare. Ma come può funzionare una giustizia che deve inseguire i 35mila reati previsti nel codice, dovendo confrontarsi con un esercito di avvocati e con carceri sovraffollate che non riescono a contenere tutti i rei o tutti gli imputati in attesa di giudizio?

Michele Ainis, nell’odierno editoriale su Repubblica (che invitiamo i lettori a leggere integralmente nel giornale cartaceo o nell’edizione digitale), riassume i dati che mettono l’Italia al livello più basso dei sistemi di giustizia del mondo civile.

“Il nostro generoso ordinamento – ironizza Ainis – ospita 35 mila reati (stima del Consiglio d`Europa, 2012). Per castigarli abbiamo armato 4 forze di polizia nazionali (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza, Polizia penitenziaria), che rispondono a 4 diversi ministeri (Difesa, Interno, Economia, Giustizia). In proporzione i loro uomini (310 mila, uno ogni 190 abitanti) sono il doppio rispetto all`Inghilterra (un agente ogni 390 abitanti), il 40% in più rispetto alla Francia e alla Germania (un agente ogni 280 abitanti). Ma li fronteggia un esercito altrettanto numeroso d`avvocati (246 mila), che piazza l`Italia al secondo posto in Europa (dopo la Spagna) in questa classifica togata.

“Da qui la colata lavica che sommerge la giustizia penale (1,24 milioni di processi pendenti in tribunale, al 30 settembre 2016), il cui arretrato infatti resta stabile, quando nella giustizia civile si è alleggerito del 20% negli ultimi tre anni. Da qui, infine, la doppia ingiustizia allevata dal nostro sistema di giustizia. Verso le vittime dei reati, con un milione e mezzo di processi prescritti in un decennio. E verso il popolo dei rei, attraverso il sovraffollamento delle carceri. (…)

Per forza: l`abuso del diritto penale rende abusivi sia i ladri che le guardie, ne gonfia gli organici, ne scompiglia i ruoli. Sennonché l`eccesso di divieti e di manette non lascia in panne soltanto  la macchina penale. E non dipende dalla supplenza dei magistrati sui politici, né dall`invadenza dei politici sui magistrati. Dipende piuttosto da una questione culturale, che investe il modo stesso con cui ci rapportiamo gli uni agli altri, le condizioni del nostro vivere comune. E in ultimo apre una ferita nel corpo vivo della democrazia italiana.

“Sta di fatto che le istituzioni dovrebbero esserci amiche; il più delle
volte le percepiamo, viceversa, come nemiche. Per innumerevoli ragioni, che in Italia derivano anche dai percorsi della nostra storia nazionale, dalla fragilità del nostro Stato. Ma derivano altresì da un malinteso circa il ruolo stesso del diritto, e quindi delle sentinelle del diritto. (…) Da qui un proibizionismo a tutto tondo, che non sa più distinguere fra vittime e colpevoli. In sintesi: troppo diritto, pochi diritti. E di conseguenza molta repressione, nessuna comprensione.

“Le prove? Un paio di settimane fa il Consiglio d`Europa ci ha appuntato sul petto una medaglia: vantiamo il record europeo di detenuti per droga. Un crimine assurdo, quantomeno rispetto al consumo di cannabis, che coinvolge oltre 6 milioni di italiani: tutti
delinquenti? Ciò nonostante, il disegno di legge che ne disporrebbe la legalizzazione – sorretto da 221 deputati – rimane fermo al palo. Eppure il proibizionismo non risolve i problemi: li crea. Vale per la marijuana, vale per la prostituzione o per il gioco d`azzardo, come in passato valeva per l`aborto.

“Ma invece no, in Italia i nuovi reati piovono come un acquazzone d`autunno. (…) Solo a considerare gli ultimi mesi, il Parlamento ha introdotto i reati di frode processuale, depistaggio, intermediazione illecita, omessa bonifica, impedimento di controllo, omicidio stradale, e via punendo e castigando. (…)

Insomma, aumentano le fattispecie di reati e diminuisce la possibilità di perseguirli tutti. (Ard)
 

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