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Al ballottaggio vince il partito dell’astensione

L’esito dei voti di ballottaggio alle elezioni amministrative sembra premiare il PD e punire il duo Meloni-Salvini. I faccioni dei politici già incarnano le solite espressioni, si leggono i consueti lanci stampa, gli stanchi toni trionfalistici (per i “vincitori”) o di minimizzazione (per gli “sconfitti”).
Ma c’è un elefante che gira nella cristalleria: non vota più nessuno.
I livelli di astensionismo sono ai massimi storici e Roma fa scuola. Nella capitale il discrimine è socio economico perché si vota di più dove si concentrano i redditi più elevati e si vota meno nella fascia periferica, segno che i ceti popolari non credono più alla possibilità che la politica riesca in qualche modo a migliorare le loro condizioni di vita.
Si è perso completamente il discorso del futuro, ma si è perso completamente anche il carattere popolare del voto amministrativo. Subentrano disamore, cinismo, scetticismo e si allarga una brutta crepa fra classe politica e corpaccione della società, una crepa che si sta allargando continuamente ormai da un decennio.
Hanno quindi poco da festeggiare i nostri politici: il PD si conferma partito degli attici e dei salotti, perso nelle proprie fumisterie correntizie, ma percepito dal grosso della popolazione come una oligarchia di potere. Non so se sia “democratico”, ma di sicuro esso non è popolare.
I grillini sprofondano nelle conseguenze del proprio fallimento. Come un pallone si sono gonfiati di consensi, dilatandosi oltre ogni modo e quando si sono accomodati sulle cadreghe o hanno fatto pochino o si sono sin troppo rapidamente abituati al velluto di palazzo. Il governo Draghi sta su per via dei peones che aspettano che scatti la pensione e farebbero di tutto per portare la legislatura a scadenza (e ora siamo poi in pieno semestre bianco).
Il contraltare è la disillusione di chi li aveva votati, la percezione che neanche gli eletti del popolo restano “popolari” una volta al potere.
Infine, c’è la destra caciarona e inconcludente che a Roma un po’ si suicida proponendo un candidato farlocco e un po’ lo propone perché non vuole che il suicidio capitolino macchi la toga da vestale dell’Opposizione della Meloni o la canotta di Salvini (già macchiata di suo). La Lega poi è in piena schizofrenia: governista alla mattina, barricadera la sera. Anche Salvini deve decidere quale sia il suo elettorato di riferimento, se i “cumenda” del Nord o le frange di scontenti no vax e no green pass, soprattutto deve imparare a far di conto perché cambiare gli uni con le altre potrebbe riservare pessime sorprese.
Insomma, i risultati di oggi ci dicono (ma non ce ne era bisogno) che la classe politica italiana è pessima: arroccata al potere, ormai incapace di quella felice sintesi con la società che è la vera linfa di ogni democrazia, commissariata da un Quirinale ormai prossimo al cambio di inquilino e schiacciata sul decisionismo afasico di Draghi, l’unico che tace e comanda. Per ora.
A Roma si direbbe “dormite preoccupati”, ma lorsignori non raccolgono.
CB