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Arrivederci, Virginia, ciao…

E’ molto probabile che nemmeno lei abbia mai pensato di potercela fare e che la strategia fosse mirata al dopo: a cercare di ritagliarsi un ruolo di minoranza nel suo partito. Il de profundis glielo aveva già cantato Grillo al telefono nel comizio di chiusura della campagna elettorale “se perdi, non sparirai”. Mi viene da pensare che, da comico, Grillo l’abbia voluta sfruculiare, sottolineando l’incubo peggiore di Virginia Raggi: “sparire” dalla scena politica, essere confinata di nuovo nel mediocre anonimato dal quale, un bel dì, fu tirata fuori per una serie di circostanze piuttosto peculiari.

Perché la Raggi del 2021 – che lascia due terzi dei voti rispetto al 2016, ma conserva un discreto pacchetto di preferenze – è l’ultimo atto di una vicenda che è figlia del fallimento della destra (Alemanno) e della sinistra (Marino) e cioè è figlia del voto di protesta che, dopo cinque anni di disastri, è rifluito negli ovili di provenienza e cioè a destra (Meloni) in periferia e a sinistra (PD) nei quartieri centrali. Questo dice l’analisi del voto.

Non bisogna quindi dimenticare che i guasti e i danni che il futuro sindaco di Roma, Michetti o Gualtieri, si troverà a dover gestire sono quelli lasciati da Alemanno (gestione commissariale) e Marino con le cazzabubbole raggiane di sopramercato.

Sono stati cinque anni di niente, infatti, gli ultimi: niente Olimpiadi, niente progetti infrastrutturali, niente sviluppo della città. Ho scritto infinite volte della gestione Raggi e non ho voglia di scriverne ancora: è stata una gestione, al più, mediocre e condita di un propagandismo vittimistico e “colorata” da scene da pochade (il marito cavalier servente, gli assessori pasdaran, le teste cadute a decine fra assessorati, municipalizzate, vigili urbani ecc.).

Le scelte che contano sono state, in realtà, molto poche: rinunciare alle Olimpiadi (un errore clamoroso: avrebbe avuto i denari, senza dover gestire effettivamente l’evento, visti i tempi), decidere di far pagare ai romani il coma di bilancio (si legge concordato preventivo) di Atac, non intervenire sul ciclo dei rifiuti, ingaggiando una guerra suicida con la Regione e replicandola poi con il caso della Roma Lido.

Roma esce ancora più mal ridotta, con un servizio di TPL al collasso (specie le metro e i tram) e una ferrovia che la collega a Ostia praticamente inservibile. Il resto è dimenticabile al netto del carnevale continuo di battute dei vari personaggi che le ruotavano intorno (Severini, Calabrese, Ferrara, Diario, Meleo ecc.) e delle schiere di troll che affollavano questi profili social.

Ma con i social non si governa una grande capitale.

Raggi lascia senza avere la creanza di un discorso della sconfitta (e manca di rispetto ai romani ed ai suoi elettori in questo), lascia biascicando veleni (come ha fatto per tutta la consiliatura, dato il carattere stizzoso e vendicativo, inadatto a un sindaco), lascia con il tremendo sospetto che i compagni di partito siano quasi contenti di essersene liberati (Di Maio, Fico, Conte, nessuno era a Roma ieri).

Raggi è stata, soprattutto, un sindaco solo perché ha voluto esserlo e questo, in fondo, è stato il suo limite più grande: incapacità di costruire e gestire i rapporti istituzionali.

CB

virginia raggi