Barbareschi: vogliono farmi chiudere Teatro Eliseo

Roma – “In cinque anni al Teatro Eliseo ci sono state 650mila presenze. Qui lavorano 60 persone, ma compreso l’indotto arriviamo a 320. Eppure c’e’ tanta ostilita’ nei confronti di questo luogo e nei miei confronti, che sono l’unico direttore di teatro non di nomina politica. Hanno bocciato l’emendamento perche’ vogliono farmi chiudere”. Lo ha detto il direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma, Luca Barbareschi, nel corso di una conferenza stampa convocata il giorno dopo la decisione delle commissioni congiunte Affari costituzionali e Bilancio, che hanno bocciato gli emendamenti al decreto Milleproroghe con cui sarebbero stati stanziati al Teatro Eliseo 12 milioni di euro per il triennio 2020-2022.

“Senza quei soldi non possiamo andare avanti- ha spiegato Barbareschi- Io moralmente non chiudero’ fino ad aprile, perche’ rispetto i lavoratori e il pubblico e preferisco perdere 400mila euro al mese. Ma intanto dovro’ mandare le lettere di licenziamento, gia’ oggi o domani”. Il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani, ha fatto sapere che sara’ aperto un tavolo per le trattative. “Non mi ha chiamato nessuno, anzi io telefono alle persone ma si fanno negare- ha replicato Barbareschi- Non esiste alcun tavolo. Anzi, quando ti dicono che vogliono aprire un tavolo significa che non vogliono farti fare le cose”.

Barbareschi ha poi attaccato il ministro dei Beni e delle Attivita’ culturali, Dario Franceschini: “È venuto qui a farsi le foto con i lavoratori e a dire che il teatro non avrebbe mai chiuso, poi e’ sparito. Per non parlare di Raggi e Bergamo, completamente assenti. Per il Comune di Roma il Teatro Eliseo non esiste”.

E ancora: “La prima volta sono riuscito ad avere 4 milioni di euro perche’ andai dall’ex ministro Padoan, gli spiegai la questione, e abbiamo fatto una legge. Ma e’ stato un cerotto. I soldi arrivati non sono serviti per comprare il teatro perche’ l’ho pagato di tasca mia, ma per fare andare avanti le stagioni. Ma c’e’ ancora chi trama contro di me e contro l’Eliseo. Anche ai miei colleghi non interessa: Martone, Rubini, c’e’ della pavidita’. Mi addolorano la pavidita’ e la latitanza. Se poi pero’ tutte le compagnie vengono a lavorare da noi, dove e’ il senso di comunita’ di questa citta’? La morte di un teatro e’ un genocidio culturale”.