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Che bello, due amici, una chitarra e uno spinello….

E così il discendente del benemerito Conte Gentiloni, colui che portò i cattolici nel Regio Parlamento, è formalmente Presidente del Consiglio dei Ministri e, auspicabilmente, otterrà la fiducia da entrambi i rami del Parlamento, con o senza il resto di una manciata di sottosegretari gettati a Verdini (che con le frattaglie ci sbologna per antico mestiere). Tutto di corsa – un controsenso per Paolo il Lento – perché venerdì s’ha da essere a Bruxelles al Consiglio Europeo e ci sono tutta una serie di questioni (serie) da affrontare. Con acuta sapienza democristiana, Mattarella benedice un nuovo governo che, se non fosse per chi lo presiede, avremmo, in tempi di Prima Repubblica, definito “rimpastino”. Poco importa, anzi meglio: son quasi gli stessi, quindi vanno su che hanno studiato la lezioncina e sono da escludersi magre per impreparazione invereconda e manifesta.
Nel frattempo s’odono alti i lai delle opposizioni, a parte la voce di Berlusconi che, apparentemente, resta nel coro, ma, di fatto, ha tutt’altri pensieri che il voto precox. Il corteo di prefiche della sovranità popolare oltraggiata è aperto da quel buontempone di Salvini che, ormai, dice qualunque cosa, tanto ha capito che gli italiani si fermano alla quinta parola di ogni articolo o dichiarazione e poi leggono l’ultima frase: infatti i post del leghista in felpa si concludono sempre con una domanda retorica (tipo “cari italiani, è ora di finirla con questi immigrati irregolari…Io ora prendo un caffè, e voi?”). Segue Beppe lo schizzato, accompagnato da Dibba (in preda a qualche psicofarmaco pesante) che si rende protagonista di un siparietto da andropausa e calo ormonale nel quale realizza la perfetta crasi tra volontà di potenza e dovere etico (“voglio che gli italiani devono votare”). Segue Giggino Di Maio zittito dalla Annunziata che spinge un pochino il dito oltre la scenografia cravattata del “futuro premiere del M5S” e scopre che è di cartone, a due dimensioni. Meloni, Scotto, Fitto, Brunetta e tutta la mesta compagnia dei piccini li tralascerei per carità di Patria.stefano_rosso_nel_1981
Fa folklore il simpatico sit-in del “movimento dei forconi – 9 dicembre” che, capitanato da un allegro pensionato in vena di turpiloquio (sarà l’effetto di qualche caffè corretto di troppo) presenta un (ex) generale dell’Arma che, sfoggiando un impagabile impermeabile tabacco su pantaloni rossi e sciarpa del Lecce di Barbas e Pasculli, dichiara protervamente la “illeggittimità” (l’errore non è un refuso) del Parlamento e chiama il popolo (un pugno di sventurati) alla rivolta.
Anche questa è l’Italia, anzi forse ormai è solo questo.

Quanto dura però Paolo il Freddo?

Chi può dirlo? Menzionerei solo il fatto che delle “riforme epocali” di Renzi ormai non parla più nessuno a parte Maria Elena da Laterina, sempre in tacco dodici, che addenta il sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio, mentre tutti parlano solo di legge elettorale. Ossia di come fottere l’avversario già sulle regole.
Ecco, direi che Paolo dura quanto durerà il dibattito sulla legge elettorale, salvo incidenti. Quindi potenzialmente sino a fine legislatura, se saprà navigare fra i vari appetiti di gruppi e gruppetti proprio a partire dagli amici di Verdini (in foto Stefano Rosso, autore della canzone che dà il titolo a questo articolo “Una canzone disonesta”).

Cosimo Benini