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Brevi cronache romane di novembre: fra assoluzioni e referendum.

Il referendum (consultivo) su ATAC e l’assoluzione in primo grado del sindaco si sommano e si intrecciano in una tiepida domenica novembrina: nonostante i soliti attacchi scomposti alla stampa, nella sua globalità, e le minacce di bavagli legislativi, la canea grillina non ha di che festeggiare. La condanna “bagatellare” che avrebbe posto ipoteticamente fine alla giunta Raggi ed avrebbe forse consegnato Roma a un leghista d’accatto – magari qualche romanissimo ex AN ed ex missino – non c’è stata. L’assoluzione, invece, ripropone ed impone alla Virginia di fare il suo lavoro. Quello che non le riesce granché, un po’ perché ci mette del suo, un po’ perché per risollevare Roma servirebbe la schiena di Atlante e non le esili spalle della Raggi. C’è una certezza però e questo la Sindaca lo dice chiaramente, dato che ne paga le conseguenze da due anni almeno: il Comune di Roma come struttura amministrativa funziona malino, se ne vedono gli esiti nei numeri prodotti come “stazione appaltante”, davvero scarsi, ed il rapporto fra questa politica e il corpaccione amministrativo temo sia pessimo e, comunque, peggiore che in passato. Questo fa del referendum, pur importante atto di democrazia diretta, un momento di velleitarismo politico: si alzerà forse un grido che invoca maggiore efficienza dei servizi pubblici, in primis il trasporto locale, ma politicamente la Raggi è legata ai baracconi della galassia delle partecipate romane come qualunque sindaco prima di lei. In sostanza tale è la torbidezza e la profondità delle paludi capitoline che non c’è speranza di svellere alcunché, tanto meno le male radici di ATAC col suo clientelismo politicamente trasversale, il suo ruolo di bancomat della politica, la sua incredibile capacità di produrre soltanto scioperi, debito e disservizio. Se tanto mi dà tanto, infatti, ipotizzando una realtà alternativa nella quale il liberalismo vince sul corporativismo di stampo vetero fascista e vetero comunista (e anche vetero democristiano, parlando di Roma) ed il Comune fa da mano pubblica che si convenziona con un network di privati e li controlla come farebbe il cliente con dei fornitori che producono un servizio per suo conto, come pensate che reagirebbe quel corpaccione amministrativo che ha problemi persino a scrivere correttamente il bando per l’assegnazione del servizio di rimozione delle auto private?
Ecco. Pensateci un po’ e poi fate spallucce e, se volete, andate a votare oppure state a casa, tanto Roma non si salva né in un anno, né in un decennio, né mai. 

PS: aggiunta delle 22, il quorum non c’è stato. Serviva un terzo degli aventi diritto e non si è arrivati al dieci per cento. L’indolenza capitolina trionfa, come da due millenni a questa parte.