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Chiti: “Con l’Udc possiamo vincere elezioni”

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«Il quadro delle alleanze è ormai completo. Salvo sorprese dell’ultim’ora, la paura che il Pdl si presentasse a due velocità, col partito e con la lista della Governatice Polverini è limitata a tre prove tecniche: Sora, Terracina e Pomezia. Non che sposti la bilancia, ma certeamente a destra non farà dormire sonni tranquilli. Diversa la situazione dalla parte opposta del globo politico regionale: qui il Pd ha faticato non poco a trovare la quadratura del cerchio e alla fine è riuscito nell’operazione di accorciare le distanze con l’Udc che, ancora una volta ha giocato la carta dellapolitica dei due forni. Il partito di Casini che nel Lazio gira intorno al vice Polverini, Luciano Ciocchetti, guarda a destra a Latina, Marino e Colleferro. Cambia forno, invece, a Mentana, Cassino, Ciampino e Valmontone. Sopresa, nel comune ciciaro di Alatri, un tempo roccaforte Dc con gli andreottiani di Franco Evangelisti, l’Udc corre a sopresa con Sel. Ma è a sinistra che si gioca la partita più importante, perché il Pd del commissario straordinario e vicepresidente del Senato, Vannino Chiti, dopo le elezioni vivrà la fase 2 della ricostruzione. E proprio Chiti, esperto di regionalismo, sceglie Affaritaliani.it per spiegare il lavoro che è stato fatto nella regione». Lo scrive Fabio Carosi su Affaritaliani.it. Senatore Chiti, mancano poche ore al termine per la presentazione delle liste alle amministratrive di maggio. Che tipo di peso politico ha secondo lei il Lazio nel panorama nazionale? «Roma e il Lazio hanno da molto tempo un peso politico importante nel panorama nazionale, accresciuto dalla lunga e positiva fase di governo del centrosinistra alla guida della città e della Regione. Anche per questo motivo è un vero peccato che oggi vengano governate così male dalla destra. Con Rutelli e Veltroni, ad esempio, Roma ha avuto momenti alti di governo: la città è cambiata molto e in meglio, ha saputo parlare al paese dando vita ad un vero e proprio modello. Ancora oggi comuni come Frosinone e le province di Roma e Rieti costituiscono un importante riferimento». Che genere di difficoltà ha incontrato il Partito Democratico nello sviluppo del programma e nella ricerca delle alleanze a Mentana e Genzano ? Ci sono state difficoltà nel ricercare un progetto comune con gli altri partiti? «Le alleanze e i programmi per le elezioni amministrative sono state costruite nei territori sulla base delle scelte da compiere. Ad esempio, a Genzano, dopo anni di amministrazione di centrosinistra è emersa con forza una domanda di rinnovamento. Tema che il Pd deve saper cogliere sempre di più. C’è stato un dibattito interno al partito che ha portato ad un confronto serio e non facile, poi le decisioni assunte da un’ampia maggioranza. Per quanto riguarda la scelta delle alleanze per le elezioni di Mentana, allargare la coalizione all’Udc ha avuto un significato ancora più rilevante: lì sono dieci anni che il centrosinistra è all’opposizione. Ricercare alleanze più ampie, anche con l’Udc, riveste un grande valore politico, non solo locale ma nazionale. Al di là di particolarismi e personalismi, grazie all’alleanza con l’Udc possiamo vincere: l’alternativa più probabile, in caso contrario, sarebbe stata decidere il nostro capogruppo all’opposizione». Se la sente di dire che da Roma e dal Lazio può partire una costruzione del nuovo modello politico del Pd? «Penso che un centrosinistra »aperto« possa candidarsi per vincere le elezioni e poi essere in grado di costruire un’azione di governo all’altezza dei problemi del nostro Paese. In questo senso da molte realtà del Lazio – con le alleanze tra centrosinistra e Udc – viene un contributo significativo. Nuove sfide di governo richiedono al centrosinistra di rinnovarsi e sapersi aprire. Il Pd ha un compito fondamentale per realizzare queste nuove alleanze». Il localismo genera un fiorire di liste civiche e laddove le esigenze territoriali superano gli schieramenti politici, è arduo definire un programma del Pd. Che ne pensa? «Sono due argomenti che vanno separati. Il localismo è un aspetto negativo della politica. Le liste civiche sono una ricchezza e rappresentano un fattore positivo. Il fatto che ci sia aggregazione da parte di forze della società civile non direttamente riconducibili a partiti o a movimenti politici lo considero una risorsa. Le vocazioni e le priorità di un territorio, tanto più nei comuni al di sotto dei 15mila abitanti, non si possono sempre racchiudere nelle liste di un partito. La destra, spesso, ha saputo inventarsi un ruolo di riferimento, talora giocando sulla esasperazione delle varie particolarità locali: noi, senza seguirla su questi terreni, dobbiamo imparare ad essere interlocutori seri ed anche alleati di liste civiche caratterizzate da programmi condivisibili e animate da seria volontà di fare partecipare i cittadini». Il caso Latina e l’ipotesi che Fli sostenga un candidato del Pd è un paradosso o la naturale via d’uscita dovuta alle recenti politiche dei finiani? Vista da lontano la città pontina sembra un’occasione d’oro per Fli per «mordere» gli ex alleati. Il suo pensiero? «Non si tratta di una questione politica, legata alle vicende nazionali. A Latina il Partito Democratico ha costruito con Claudio Moscardelli una candidatura di governo forte e autorevole, basata su un programma solido e innovativo per il rilancio della città. Sono stato di recente a Latina in una iniziativa elettorale con il nostro candidato sindaco e ho sentito un clima positivo, di forte unità e di fiducia. Penso quindi che nel capoluogo pontino da questa tornata elettorale possano giungere delle buone notizie sia per il Partito Democratico che per i cittadini di Latina. Vi è la voglia diffusa di voltare pagina; di sviluppare le potenzialità di Latina, uscendo dalla subalternità nella quale la destra che amministra la città l’ha confinata. E noi abbiamo il candidato sindaco più forte e credibile. Per questo sono convinto che sarà votato da cittadini di centrosinistra e di centrodestra. Del resto sono elezioni amministrative, non politiche». Dopo le elezioni, con l’assemblea regionale convocata per il 24 giugno dovrebbe concludersi la sua esperienza commissariale. La consultazione può essere una resa dei conti all’interno del Pd? Secondo lei vale la regola del ricambio generazionale già attuato a Roma? «È positivo che in un grande partito esista un pluralismo culturale, mentre ritengo negativa la frammentazione correntizia, che dovrebbe essere superata ovunque, non solo nel Lazio. Detto questo, non penso che l’assemblea convocata per il 24 giugno si trasformerà in una resa dei conti. Come il pluralismo, il ricambio generazionale è una necessità. Va perseguito con serietà, non come un maquillage per le televisioni. Va fatto sia a livello locale che nazionale. Non è un fatto puramente anagrafico, deve essere legato al merito, cioè alla capacità, alla serietà e all’impegno. Per questo il dato anagrafico è importante ma non basta». Vista la sua esperienza da commissario, come definirebbe il Pd a Roma e nel Lazio? «Ho trovato nel Lazio un partito con competenze e capacità, persone anche giovani che sarebbero in grado di ricoprire ovunque ruoli importanti. Un partito, in molte realtà, legato alla gente, al popolo, non confinato nei salotti o nei talk show televisivi. Penso che anche qui come in altre realtà, siano già in campo dirigenti preparati e autorevoli, persone in grado di assumersi responsabilità di primo piano. Il Pd deve, ovunque, definitivamente scrollarsi incrostazioni e divisioni personalistiche, facendo valere le sue enormi potenzialità. Dobbiamo essere percepiti come la casa di tutti i progressisti italiani, il perno di ogni cambiamento».

affaritaliani.it

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