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DEMOCRAZIE: SECONDO SERGIO ROMANO SONO IN PROGNOSI RISERVATA

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Sergio Romano affronta sul Corriere della sera il tema della sopravvivenza della democrazia nel mondo moderno. I regimi rappresentativi – è l’estrema sintesi che il Corriere usa nel presentare l’analisi – sembrano aver smarrito la capacità di imparare dai propri errori. Perdono consenso all’interno e non riescono a esportare i loro valori nel resto del mondo. Per questo sono “Democrazie in prognosi riservata”.  Lo segnaliamo ai nostri lettori raccomandando ai più solleciti di andarsi a leggere l’intero articolo sul Corriere di carta o digitale: ne vale la pena.

Sapevamo – scrive Romano – che le democrazie sono tutte insidiate da due minacce permanenti: la corruzione e la demagogia. Ma era generalmente diffusa la convinzione che uno Stato democratico avesse la capacità di correggere continuamente i propri errori. Vedevamo gli scandali, i brogli elettorali, il ricorso alla spesa pubblica e alle guerre per intorpidire il corpo elettorale e creare consenso. Ma ci consolavamo ripetendo a noi stessi che quello praticato dall`Occidente era nonostante tutto, secondo la famosa formula di Churchill, il meno peggio dei sistemi possibili. Per alcuni l`esportazione della democrazia divenne addirittura una missione a cui i grandi Stati democratici, fra cui soprattutto gli Stati Uniti, non potevano sottrarsi.

Sembra – commenta con amarezza Romano – che il giudizio sulla democrazia stia cambiando. E qui Romano cita un articolo del Financial Times e tre libri che affrontano il problema. Un politologo, un sociologo e un economista diagnosticano da tre diversi punti di vista i mali delle democrazie e – scrive Romano – firmano bollettini sanitari alquanto preoccupati, se non addirittura pessimistici. “Non ne sono sorpreso. Per due volte, negli scorsi mesi, la grande democrazia americana è stata paralizzata da una partita a poker sull`entità del debito nazionale in cui ciascuno dei due giocatori voleva la sconfitta dell`avversario sino al punto di rendere impossibile il funzionamento dello Stato.

“In Gran Bretagna – aggiunge Romano – lo scandalo scoppiato nel gruppo editoriale di Rupert Murdoch non è grave soltanto per l`esistenza di poliziotti corrotti che fornivano notizie a «News of the World». E’ grave soprattutto per i rapporti di eccessiva familiarità che legavano i dirigenti della redazione al vertice politico del Paese. In Francia le ultime elezioni presidenziali sono state un duello fra un candidato detestato e un candidato indesiderato. (…)

“In Cina il metodo migliore per mettere fuori gioco un pericoloso guastafeste politico è sempre quello di condannarlo all`ergastolo. In Russia l`opposizione è ancora «dissenso» (…). In Turchia i militari avevano poteri esorbitanti ed era giusto restituirli alle loro caserme; ma i demo-musulmani di Recep Tayyip Erdogan hanno preferito metterli in prigione. (…)

“Un terzo dell`elettorato occidentale – osserva Romano – non va alle urne perché non crede all`utilità del suo voto e un terzo è composto da persone che detestano, insieme alla loro classe dirigente, politica ed economica, anche coloro che hanno un diverso colore della pelle o un diverso credo religioso. Qui la maggiore minaccia alla democrazia è la pretesa di un voto continuo rabbiosamente gettato, in ogni momento della giornata, nell`urna dei social network.

“Può darsi – conclude Romano – che questo clima sia aggravato dalla lunga recessione in cui siamo precipitati dopo il crack del 2007 e che sia destinato a migliorare non appena saremo riusciti a tirare una boccata di respiro. Ma è anche possibile che le democrazie soffrano di mali meno facilmente guaribili e che occorra prepararsi a una lunga crisi, dagli esiti difficilmente prevedibili”.

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