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Eurorebus nelle urne

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€1 MillionL’Europa uber alles, a trazione tedesca, ha palesemente stufato. E sono sempre di più i partiti e i movimenti politici che teorizzano procedimenti di uscita unilaterale dall’area Euro, un sistema facile facile per racimolare voti e posti, guarda caso, all’Europarlamento.

Anche Grillo spara a palle incatenate contro la moneta unica un giorno sì e l’altro pure, mentre i partiti tradizionali che difendono l’eurosistema, pur in una prospettiva di correttive della rigida politica monetaria deflazionistica in atto, hanno non poche difficoltà a tenere il punto.

Questo perché la crisi in Italia è tutt’altro che finita e la deflazione ammorba ancora pesantemente il bel paese.

Dell’euro e del suo contrastato rapporto con l’economia italiana si è letto e scritto di tutto, ma occorre fare chiarezza sull’occasione storica che l’Italia, per colpa della sua classe dirigente, ha perso nel periodo 2001-2010 ossia fino alla crisi dei debiti sovrani.

In quegli anni la percezione degli investitori istituzionali era quella di una “comunicabilità” della maggior solidità finanziaria franco tedesca ai paesi periferici (i PIIGS). In altre parole, da un punto di vista della percezione del rischio, il debito pubblico europeo era considerato di fatto un debito unico, almeno quanto a solvibilità e sicurezza. In quei dieci anni, inoltre, le economie degli stati membri, anche la nostra, hanno potuto godere di credito abbondante e a basso costo, ma hanno reagito con differenti condotte economiche, pessime nel caso dell’Italia. Da noi, infatti, anziché favorire gli investimenti produttivi, si è sperperato questo vantaggio competitivo (moneta forte e costo del denaro molto basso) per gonfiare a dismisura il mercato immobiliare, senza creare PIL e occupazione stabile.

A differenza della Germania che ha utilizzato la leva dell’euro per aumentare la propria competitività sul manifatturiero tecnologicamente avanzato, anche grazie alla delocalizzazione all’est di parte dei processi produttivi, noi abbiamo bruciato tutto nel mattone.

Renato Brunetta, in un articolo pubblicato sul Giornale di oggi, racconta questa seconda parte della verità, ma non si sottrae alla teoria del complotto franco-tedesco come unica spiegazione della crisi del debito italiano dell’estate del 2011.

Ma Brunetta, con una certa sottigliezza, introduce considerazioni politiche squisitamente nazionali in un contesto che con la politica ha poco a che fare. Quello che è successo nell’estate 2011 è semplicemente la caduta dell’illusione del debito unico che l’avvento dell’euro aveva ingenerato negli investitori istituzionali, favorendo altresì la circolazione dei debiti sovrani all’interno dei sistemi bancari nazionali dell’euro sistema.

Infatti, se nel 2000 la percentuale di debito pubblico italiano in mano a investitori italiani era molto alta, circa il 70%, nel 2011 questa percentuale era scesa in modo rilevante per poi risalire a fine 2011 in maniera netta (ed è l’effetto della manovra franco-tedesca del luglio-settembre 2011).

Quanto allo spread (differenziale di rendimento fra emissioni di stati diversi, ma con le stesse caratteristiche) è ovviamente crollato nel momento in cui le banche italiane si sono ricomprate buona parte del debito nazionale, mercé le consistenti iniezioni di liquidità della BCE.

Questo patto silenzioso fra sistema bancario europeo e BCE è poi uno dei motivi del credit crunch di cui tanto ci si lamenta: le banche optano per sottoscrivere il debito sovrano nazionale con la liquidità fornita da BCE dato che l’alternativa non sarebbe consigliabile (il debito finanzia per circa un terzo la spesa pubblica, compresa quella per interessi).

In pratica le emissioni BCE sono come l’ossigeno per un malato, necessarie, ma non risolutive: paghiamo pensioni e stipendi, ma non abbiamo spazio di manovra per riduzioni fiscali vere o  nuovi investimenti pubblici.

Come si crea PIL, quindi, in un sistema economico in deflazione, con una moneta troppo forte che penalizza le esportazioni, ma non privo di numerose tare storiche che la congiuntura attuale rende delle piaghe dolorose capaci di dare il colpo di grazia al malato?

La risposta di Grillo è semplice: si torna alla lira alla bersagliera. La risposta di Forza Italia è il complotto contro Berlusconi.

La risposta di una classe politica seria, invece, dovrebbe essere molto più articolata: da un lato, infatti, occorre rinegoziare il piano di rientro dal debito (“fiscal compact” più “six pack”) per renderlo più sostenibile, ma, dall’altro, occorre ovviamente agire sulle tare storiche dell’economia italiana che hanno un solo nome: deficit di competitività.

E’ un’idra a molte teste, quest’ultima, che ha radici antiche e fortemente legate alla cultura nazionale, ma contro la quale c’è una sola arma: rovesciare il paradigma con cambiamenti radicali in alcuni sistemi della macchina pubblica, semplificare, rendere efficiente ed efficace, rimuovendo tutto ciò che non ha alcuna giustificazione oggettiva di esistere se non  la moltiplicazione di centri di spesa e di potere.

Allo stesso modo, soltanto una riforma fiscale altrettanto radicale che fissi, fra le altre cose, un budget pubblico massimo da utilizzare per gli anni a venire, può ridurre il tasso di evasione, di elusione ed i comportamenti adattativi, volti a reperire vantaggi nelle pieghe di una normativa pantagruelica e incongruente.

Una macchina pubblica funzionale, quindi, meno assetata e alimentata, mi si passi il termine, con carburante “pulito” potrà così essere diretta con efficacia contro le emergenze nazionali che sono fondamentalmente due: criminalità organizzata e dissesto idrogeologico.

Non so se il governo Renzi che sconta l’assenza di una legittimazione “politica”, quella giuridico costituzionale ce l’ha, di natura elettorale potrà veramente imporre questi cambiamenti, ma, certo, non potranno farlo né Berlusconi, che pure ha governato, né Grillo, tanto abile a demolire, quanto incapace di costruire qualcosa che vada al di là di un polemico e imbarbarito Aventino auto imposto, secondo la logica masochista del “tanto peggio, tanto meglio”.

 

(Cosimo Benini)

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