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Finanza pubblica nel 2019 di recessione: cosa resta della propaganda di governo?

Uno dei problemi con il linguaggio comunicativo della politica è che esso tende a semplificare, molto grossolanamente, concetti complessi. Anche al giornalista si insegna ad esprimere i concetti di fondo dell’articolo nelle prime cinque righe, per catturare l’attenzione del lettore ed evitare che egli si stufi e non arrivi in fondo al pezzo. Tuttavia, se un giornalista è legato ad una serie di regole deontologiche, un politico può facilmente manipolare quello che dice o scrive o pubblica sui social per massimizzare l’effetto consenso, minimizzando però l’efficacia della comunicazione.

La propaganda, insomma, prevale sui fatti e nella comunicazione politica ciò accade, ormai, nella quasi totalità dei casi, non importa il media (sia un talk show, sia un tweet o altro). Come giornalista, invece, io devo provare a far capire ai lettori, in maniera oggettiva e documentata, cosa sta effettivamente succedendo, quali cioè siano gli effetti concreti delle scelte del decisore politico o quali saranno sulla loro vita di tutti i giorni.

La manovra 2019 ed i suoi provvedimenti collegati, sui quali si sente battere in continuazione la macchina di comunicazione dei due azionisti del governo, Lega e M5S, andrà ad incidere su una spesa pubblica complessiva che, nel 2018, è stata pari a 847,8 miliardi di euro (fonte: bilancio di previsione dello Stato per il 2018, conto economico delle Pubbliche Amministrazioni). Con 66 miliardi di interessi passivi – il costo del finanziamento della spesa mediante debito emesso e circolante – lo Stato si è finanziato con 795 miliardi di euro di entrate (fiscali e contributive) correnti, la differenza viene coperta con l’emissione di nuovo debito pubblico, mentre quello che va in scadenza nel corso dell’anno deve essere rimborsato in conto capitale. Anche qui abbiamo qualche numero: lo stock complessivo di debito pubblico nel 2018 è arrivato a 2.316,5 miliardi di euro con un aumento di 53,2 miliardi rispetto allo stesso valore a fine 2017.

La ricchezza nazionale o PIL prodotto nel 2018 è stata di 1766,3 miliardi di euro, con un rapporto grossomodo di 1,31 ossia si può affermare che il rapporto debito/PIL 2018 è, all’incirca, del 131% e conferma la tendenza inarrestabile alla crescita dello stock di debito a fronte di un PIL che, dopo la crisi iniziata nel 2008, potrebbe tornare a zero o diventare addirittura negativo nel corso del 2019.

E qui torniamo alla legge finanziaria 2019 che, per essere approvata da Bruxelles – obbligo al quale ci sottoponiamo in virtù dell’art.11 della Costituzione e dell’insieme dei trattati sul funzionamento dell’Unione Europea e dei regolamenti approvati e vincolanti in forza di essi – è stata corretta, inserendovi delle “clausole automatiche di salvaguardia” ossia delle disposizioni normative di aumento automatico dell’IVA qualora alcune previsioni di entrata (la legge finanziaria ovviamente si basa su previsioni di bilancio e di tipo macroeconomico sull’andamento dell’economia) o un andamento negativo del PIL determinassero un ulteriore aumento del rapporto fra il debito e lo stesso PIL.

L’IVA quindi potrebbe aumentare nei prossimi tre anni, a tappe intermedie, sino al 26,5% (parlo dell’aliquota principale non agevolata), a meno che il Governo che sarà in carica in quegli anni, qualora le cose vadano male, non aumenti le entrate per coprire gli ammanchi (23 miliardi per il solo 2020). Con un aumento dell’IVA tanto forte, il rischio è quello di una forte contrazione dei consumi e delle importazioni. Le cose di male andrebbero peggio.

Siamo quindi di fronte ad un meccanismo di “garanzia” con il quale si ipotecano entrate future o si promettono eventuali maggiori entrate, ovviamente se le cose dovessero peggiorare.

Il punto è che è proprio quel che sta accadendo in questi giorni: le cose stanno andando male. Il crollo degli ordini dell’industria anticipa un calo della produzione (l’Italia è un paese fortemente esportatore, quindi c’è certamente un calo degli ordini dall’estero) cui segue, con un certo ritardo, un calo dell’occupazione. Si innesca la spirale della recessione: meno produzione, meno ricchezza prodotta, meno gettito fiscale, meno reddito distribuito (aumento della disoccupazione) e sono pronte le clausole automatiche di salvaguardia.

Ecco quindi la semplificazione: il governo ci dice che “quota 100” e il “reddito di cittadinanza” avranno un effetto moltiplicatore della domanda interna. Il PIL quindi, nel 2019, tornerà a crescere.

Proviamo a capire l’ipotesi del governo: i neo-pensionati verranno certamente sostituiti da neo assunti e chi non aveva un reddito, entro pochi mesi avrà un minimo potere di acquisto. Peccato però che solo una parte dei denari spesi per finanziare le due misure torneranno in circolo sotto forma di domanda interna: nel caso dei neopensionati, si parla di un costo nel 2019 di 11,5 miliardi. La misura è limitata nel tempo, ma determinerà un costo strutturale (le pensioni) di circa 15 miliardi a regime: in questo caso i conti andrebbero fatti con l’attuale retribuzione dello stock di lavoratori oggi attivi e domani pensionati, ma è evidente che solo una parte di loro godrà di una pensione calcolata, almeno in parte col sistema retributivo, e cioè coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di anzianità contributiva.

Tuttavia, anche se ipotizzassimo che il 100% dei fruitori di quota 100 ricevesse una pensione parametrata alla media retributiva degli ultimi anni di lavoro, avremmo comunque un tasso di sostituzione fra pensione e stipendio di circa l’80%. Insomma, un pensionato, comunque, guadagna meno del suo ultimo stipendio e, quindi, spende meno.

Inoltre, la condizione di recessione dell’economia ridurrà il tasso di rimpiazzo fra quiescenti e neo assunti (i quali poi, ovviamente, sono pagati tendenzialmente meno di chi è a fine carriera).

Il reddito di cittadinanza, invece, è un istituto che, per sua natura, presenta complicazioni applicative – sulle quali non posso entrare nel contesto di un articolo a pena di renderlo illeggibile – che lasciano pensare che soltanto una quota parte dei destinatari si vedrà recapitare, da aprile 2019, la carta prepagata presentata dal Ministro del Lavoro Di Maio nella famosa conferenza stampa del 4 febbraio scorso.

In conclusione, è evidente che senza maggiori investimenti (che invece calano nella legge finanziaria 2019, se raffrontati al PIL dal 3,3 al 3%) e con un comparto produttivo in forte frenata, già l’anno prossimo occorrerà una manovra di finanza pubblica fortemente restrittiva e, siccome la storia insegna che tagliare la spesa in Italia è cosa veramente difficile, dovremo aspettarci, di nuovo, il ricorso alla leva fiscale.

CB