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Green Pass: non ne usciremo interi

La questione Green Pass riesce nel miracolo al contrario di saldare su un’unica rivendicazione tutte quelle aree trasversali della società italiana che, in un modo o nell’altro, esprimevano rivendicazioni di tipo sociale, politico ed economico che io chiamo “irricevibili” da una Repubblica – intesa nel senso del corpo elettorale e delle istituzioni costituzionali che esso si è storicamente dato – che si fonda su alcuni presupposti storico-politici molto precisi (l’essere nata nel contesto storico che inizia il 25 luglio 1943 e si chiude con il voto referendario del 1946 e con la Costituzione del 1948). Nel mare magnum di chi protesta ci sono, in ordine rigorosamente sparso, forze politiche minoritarie di estrema destra, ultima manifestazione di quel filone neofascista che operava a destra del MSI sin dalla fine degli anni sessanta, elementi sindacali ed extraparlamentari di estrema sinistra, una larga quota di lavoratori autonomi che operano economicamente ai limiti o poco oltre la linea della legalità (linea che, in Italia, è quanto mai frastagliata e incerta in alcuni settori, in fondo siamo sempre il paese di Azzecagarbugli), lavoratori costretti al nero dai propri datori di lavoro (quindi privi della benché minima tutela), soggetti che hanno adottato comportamenti economici “adattativi” (lavoro al nero e reddito di cittadinanza è il caso tipo, ma non l’unico) e poi una ristretta minoranza di persone che, non appartenendo a nessuna di queste categorie, sono nella condizione di essere spaventate dal fenomeno pandemico al punto da negarlo, interpretarlo in modo non mainstream e da non fidarsi delle vaccinazioni. A queste frange si aggiunga anche la zona della illegalità patente e cioè di quella fascia di popolazione che trae il proprio reddito anche indirettamente da attività criminali o da attività ad esse collaterali (e cioè quelle attività economiche che la criminalità organizzata utilizza per il riciclaggio di denari di provenienza illecita).
Alcune di queste aree sono state largamente rinforzate dalla crisi economica connessa alla crisi pandemica: licenziamenti, blocco forzato delle attività degli autonomi e un sistema di aiuti (i famosi “ristori”) che è riuscito nel prodigioso intento di parcellizzare le risorse in modo da scontentare tutti e aumentare in modo consistente il debito pubblico. Qualcuno, prima o poi, dovrà sindacare il come ed il perché quelle risorse siano state utilizzate tanto male.
Il terreno del dissenso era quindi pronto per essere dissodato e la logica del lasciapassare verde è stata il concime perfetto: il punto di non ritorno si è passato quando, dal tema dei ristoranti e dei locali, si è passati alle conseguenze, in primis economiche, sul rapporto di lavoro. A quel punto è bastato l’innesco di un gruppo di facinorosi di professione per dar fuoco alla miscela, miscela che continuerà a bruciare in crescendo – domani decorre infatti l’applicazione per i lavoratori.
Gli errori dei due governi, Conte 2 e Draghi, si sommano: anziché tentare la via della persuasione e del convincimento per erodere al massimo l’area dei c.d. “novax” e portarla alla sua consistenza effettiva, adottando cioè un atteggiamento positivo verso la platea degli indecisi, si è optato per misure punitive di difficile attuazione e foriere di contenziosi che, però, inserite in un contesto di esacerbazione del contrasto sociale finiscono per trasformare quest’ultimo in conflitto aperto. Fra gli errori più marchiani la sottovalutazione dell’area di dissenso nelle forze di polizia – le stesse deputate al mantenimento dell’ordine pubblico – che è un drammatico fallimento di questo governo al punto che le percentuali di agenti di PS non vaccinate mettono a rischio la continuità del servizio, ad esempio proprio in tema di controllo delle piazze durante le manifestazioni (e i fatti di Corso d’Italia, sentite le parole del Ministro degli Interni in Parlamento, ne sarebbero riprova).
A ciò si aggiunga che analoghi regimi provvedimentali sopravvivono, in Europa, soltanto in Francia e probabilmente per un periodo di tempo molto limitato. Mi chiedo quindi quale sia la strategia del governo Draghi a riguardo se non innescare una crisi sociale fatta di scontri di piazza alla quale, prima o poi, seguirà una crisi politica in Parlamento con grave nocumento per le prospettive economiche e sociali del Paese, dato che elemento essenziale per una ripresa economica (e per ora parliamo di un semplice rimbalzo post pandemico con buona pace di certi trionfalismi assolutamente fuori luogo che si leggono sui giornali) è un clima sociale se non di concordia, almeno non avvelenato ed esplosivo come l’attuale.
CB
Mario Draghi