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Grillini, siamo al candidato unico

E’ evidente che il grillismo affronta un momento di profonda crisi: una crisi insita nelle premesse stesse del movimento. Il non partito, con un non leader e un non statuto si appresta ad una clamorosa operazione plebiscitaria di adesione acritica della base al candidato unico dell’apparato. Lo fa con un sistema che più opaco non si può, mediante una piattaforma telematica che già ha subito attacchi manipolatori da parte di pirati informatici – insomma, non è né sicura, né affidabile – lo fa senza una dialettica interna (il non partito non ha congressi, sezioni, mozioni decide tutto l’apparato Grillo-Casaleggio Jr), ma, soprattutto, lo fa con una tempistica talmente concitata da sembrare sospetta, se non fosse ridicola. Infatti, scadendo ad horas il termine ineluttabile per le candidature alternative, sarà Giggino di Maio l’uomo d’oro e unico votabile che riunirà in sé le roboanti qualifiche di “candidato premier” e di “capo politico” del movimento.

Facciamo un passo indietro di qualche anno, però: nato dal basso, nel farsi istituzione insediando propri esponenti a vari livelli di governo e potere, il grillismo ha evidenziato i tratti del tutto propri della degenerazione civile e culturale che affligge l’Italia. In primo luogo un individualismo litigioso, narcisista ed autoreferenziale che confina, da un lato, col complottismo da analfabeta di ritorno di certi suoi pittoreschi esponenti, dall’altro con l’antica tendenza italica del “tengo famiglia” (vedasi ad esempio le vicende sulle nomine romane della prima Sindaca della storia del Comune di Roma).

E poi litigi, invidie, odi e ripicche che sono diventati la cifra della dialettica virtuale del grillismo e che il Candidato Unico certo non potrà eliminare, scansando le braci del dissenso che covano sotto la cenere di quell’idea dell’uno vale uno, ideale protoliberale presto abbandonato in favore del “decido io” del duo Grillo-Casaleggio.

L’assenza di candidature alternative e i mal di pancia della base, infatti, fanno intuire due dinamiche disgregatrici già in atto. Il silenzio degli “ottimati” (Fico e Di Battista per primi) è il segno di qualcosa di più di una delusione taciuta, mentre l’effervescenza degli attivisti “duri e puri” ai quali, pur ottenebrati dal dogmatismo grillino, l’idea del voto vincolato non sembra andare proprio giù, lascia intendere che si stia sviluppando nelle basse leve l’idea, sgradevole per le premesse stesse del movimento, del consolidarsi ormai avvenuto di un nuovo apparato di potere cui Giggino di Maio presta il viso e la (vuota) pacatezza.

La tirata sul curriculum del signor “sono pronto a fare il candidato premier se gli iscritti lo vorranno” ve la risparmio perché è tutto il M5S che fa della selezione al contrario il proprio marchio di fabbrica, portando a ruoli di amministrazione locale sconosciuti personaggi il cui unico pregio è il non avere un passato di militanza politica.

E’ un po’ la metrica del grillismo questa: non avere un passato, un’esperienza, un titolo è visto come un paradossale merito, un certificato di “onestà” nella accezione molto lata del grillismo militante per la quale è “onesto” il grillino – ora candidabile anche se “indagato” –  e sono “disonesti” tutti gli altri, specialmente quelli che obiettano o non sono d’accordo col gospel del leader.

Di Maio, in questa prospettiva, potrebbe essere la pietra tombale del grillismo. Il movimento, orbato del suo fondatore – se effettivamente il comico genovese si autoesilierà in seconda o terza fila in favore del fenomeno di Pomigliano d’Arco – potrebbe infine collassare sotto il peso insostenibile dello iato fra purezza dell’ideale grillino e dura realtà del governo del paese. Troppo bizantinamente insostenibili potrebbero rivelarsi le mediazioni che l’arte della politica richiede sovente ed alle quali l’attivista duro è puro è allergico o, e sarebbe un sadico contrappasso, troppo incline potrebbe dimostrarsi il Nostro Eroe proprio a quei riti polverosi eppur tanto invisi alle plebi grilline. Una discesa nei fatali lavacri della Politica che potrebbero diluire la purezza del Movimento sino, da ultimo, a discioglierne le asprezze in una zuppa assai annacquata che finirebbe per confondere e disperdere ancor di più la base.

Tertium datur, tuttavia, e potrebbe infine prevalere, se Di Maio non è un suicida, la cronica tendenza all’aventinismo infantiloide pur di non dover governare, lasciando ad altri lo scomodo onere di fare il proprio mestiere.

Cosimo Benini