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Il mio nemico

Il fatto che la Balzerani dichiari e il mondo le corra appresso la dice lunga sul cortocircuito mediatico, sempre in agguato, pronto a scattare in ogni momento a maggior ragione se la scintilla è di quelle improponibili o indifendibili come l’ex “primula rossa” delle BR.

Astraiamoci per un momento dal contesto della dialettica vittime e carnefici: chi è la Balzerani? Per tutti coloro che fanno parte della Repubblica, intesa in senso sostanziale come comunità dei cittadini che, insieme, costituiscono quel popolo che esprime il corpo elettorale e, per il tramite dei partiti e delle associazioni politiche, concorre a determinare la politica del paese ed elegge i propri rappresentanti nei due rami delle Camere, la Balzerani è un nemico.

Non un “inimicus”, un nemico personale, quanto un “hostis publicus”, un nemico della Repubblica ossia, nel senso sopra inteso, di tutti. Pensate forse che la Balzerani si consideri parte della Repubblica? Sbagliate ovviamente: il delirio psicotico rivoluzionario delle BR  – ben tratteggiato in un film molto asciutto come “Buongiorno Notte” di Marco Bellocchio – ossia il pensiero, l’idea che la classe operaia potesse, come invece non fece, spinta dal rigurgito di sangue e piombo irrompere sulla storia repubblicana del secondo dopoguerra come “classe rivoluzionaria”, non faceva che esprimere il distacco dalla realtà (la psicosi) e la sua trasformazione demiurgica in allucinazione, manifestato dai brigatisti.

La classe operaia, come scrivevo, non si mosse – pensava a pagare le cambiali della 127 o del frigorifero, le vittime pagarono col sangue, il Paese con la perdita di persone eccellenti.

Ma la Balzerani e i suoi sodali restano quello che furono e sono ancora oggi: dei nemici. E come tutti i nemici, ebbri del ruolo che il sangue delle vittime ha dato loro, pretendono di conservare una propria versione della storia, si ritengono, a torto, portatori di una zeitgeist distopica, quando, invece, sono stati l’espressione più antistorica e anacronistica di un ribellismo che la società italiana non voleva e non sentiva, proprio perché democratica e plurale.

Si può fare la rivoluzione contro un regime dittatoriale, non contro una Repubblica parlamentare, per quanto difettosa, per quanto fragile. Essa può implodere, disfarsi e disgregarsi per spinte endogene, ma non per la sanguinosa irruzione settaria di gruppuscoli assolutamente minoritari ed alienati dal sentire comune anche delle classi subalterne.

I rivoluzionari di professione, se ve ne fossero fra i BR, hanno poco mercato in un regime democratico parlamentare, ma ne sono, certamente, nemici giurati e vanno considerati come tali, anche a distanza di lustri e decenni.

CB