La solitudine di Virginia Raggi

C’è un aspetto che mi turba profondamente della vicenda giudiziaria del Sindaco di Roma ed è che la decisione in appello che assolve Virginia Raggi diventa un ulteriore punto di divisione all’interno del movimento che la sostiene e, all’esterno, per tutta Roma.
Il livello di polemica cui la politica ci ha abituato negli ultimi vent’anni ha conosciuto, con l’avvento dei grillini, un salto di qualità.
Poiché essi si ponevano, in origine, come forza antisistema – in radicale contrapposizione a tutto ciò che c’era prima – hanno brandito la clava dell’attacco mediatico contro tutto e tutti: politici, giornalisti e chiunque osasse dirsi in disaccordo con loro, secondo un assioma molto banale (“poiché solo noi siamo onesti, coloro che sostengono gli altri o che non sostengono noi sono, per la proprietà transitiva, dei disonesti e dei nemici”).
Questo meccanismo ormai automatico, esasperato dalla cassa di risonanza dei social media e dal suo oscuro gregge di profili molti dei quali fittizi, ha ormai inquinato il panorama politico e se poi ci si mette il carattere del personaggio – che sembra molto permaloso e vendicativo – il danno è fatto.
Era livida la Raggi all’uscita dall’aula giudiziaria l’altro giorno ed ha ovviamente messo i “puntini sulle i”, scatenando poi il fuoco di fila dei supporter. Una gestione dell’evento profondamente divisiva.
Esiste quindi una “fazione Virginia” all’interno di un M5S sempre più istituzionalizzato e sempre più attaccato tenacemente a quella che potrebbe essere la sua ultima legislatura?
E’ possibile e cioè è possibile che stia accadendo per la Raggi quel che accadde per Marino ossia una sorta di incomunicabilità e poi conflittualità fra il Sindaco ed il partito che lo ha espresso alle elezioni.
E’ chiaro però che la Raggi si qualifica come una figura “contro” (contro quelli di prima, contro i nemici interni, contro la burocrazia del comune ecc.) e non come una figura “per”. Non ha nè l’afflato umano, nè la mimica, nè la voce di una persona (e per un sindaco è necessario) empatica.
D’altra parte, non è chiaro quando effettivamente si voterà a Roma: è probabile che la crisi sanitaria porti ad uno slittamento a dopo l’estate della consultazione elettorale. Quel che è certo è che, a parte l’autocandidatura di Carlo Calenda (che, secondo me, ha sbagliato clamorosamente i tempi dell’annuncio) né il centro sinistra, né il centro destra hanno un candidato in mano o, ancora peggio, sembrano avere la volontà di esprimerne uno.
Certo, la Raggi è stata un sindaco che si ricorderà più per le teste fatte saltare in Giunta e nelle municipalizzate in questi anni, per il costante ricorso ad un atteggiamento vittimistico e di ricerca di congiure e complotti e per il solito mantra contro “quelli-di-prima” tutti ladri e corrotti che per le realizzazioni conseguite.
La sentenza d’appello la rafforza, nel vuoto di altri candidati, ma la gestione Raggi, a Roma, ha fatto poco di visibile: quando afferma “ho messo i conti a posto” non c’è modo di capire se dice il vero, una parte del vero o dà una rappresentazione di una realtà contabile più complessa di quanto non sembri.
Ma ammettiamo che sia vero: comunque, se bastasse “mettere i conti a posto” in un Comune come Roma per dirsi “ho lavorato bene” non ci sarebbe bisogno di un sindaco, ma di un revisore contabile.
Un grande comune, infatti, non è solo equilibrio di bilancio, ma capacità, almeno, di gestire in modo ordinato i servizi di base: trasporti e rifiuti in primis. Se poi si riesce anche a realizzare o ad avviare alcune opere infrastrutturali di cui la città ha un gran bisogno è meglio, ma molti ricorderanno soltanto le ciclabili comparse dal giorno alla notte con qualche mano di vernice e un programma di manutenzione ordinaria dell’asfalto stradale che dovrebbe essere, appunto, ordinario e non annunciato come un successo epocale.
Se ci sottraiamo alla retorica grillina (“poverina, ha dovuto scalare da sola una montagna contro le persecuzioni di mille nemici, datele altri cinque, dieci anni e vedrete…”) ci rendiamo conto che il vero nodo della gestione capitolina ossia una profonda riforma delle partecipate che porti ad un miglioramento dei servizi essenziali è mancata, come anche era mancata nelle consiliature precedenti.
Ma Roma non è solo il Comune: ci sono anche i municipi, grandi come città di media entità e con superfici importanti da gestire. Qui andrebbe avviata, specie dal PD che è davvero latitante su ogni approfondimento che riguarda Roma, una riflessione seria sul modello di governo di una grande città capitale.
Forse la riforma da fare, svincolandosi dai personalismi più o meno venati di permalosità e sindromi persecutorie, è proprio questa ossia “promuovere” i presidenti di municipio a Sindaci e trasformare il Sindaco di Roma in un organo diverso che si occupi di grandi infrastrutture e servizi generali, ma lasci il governo dei territori a strutture riformate e con una capacità di spesa reale e non assai limitata come è oggi per i municipi di Roma Capitale.
Questo passaggio richiederebbe, ovviamente, una classe di amministratori locali che al momento non si intravede se non in alcuni casi (come per Giovanni Caudo, presidente del III municipio o per Amedeo Ciaccheri, presidente del municipio VIII).
CB