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La Storia non è retorica, il mio 25 Aprile.

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Ogni 25 Aprile l’Italia si riscopre ideologicamente divisa in una visione semplicistica e manichea della storia che prevede solo due fazioni: “fascisti” ed “antifascisti”. La narrazione è semplice quasi banale: prima c’era il fascismo che opprimeva gli italiani, poi gli italiani divennero tutti partigiani e il fascismo fu sconfitto.
L’unica verità in questa visione precotta sono le patenti distribuite con larghezza nel secondo dopoguerra a centinaia di migliaia di sedicenti partigiani. Da contraltare a questa italianata fanno le poche migliaia di epurazioni effettivamente avvenute nei ranghi militari e nell’amministrazione pubblica dove, sostanzialmente, la massa del personale rimase la stessa dei tempi del regime.
Il motivo è semplice: gli Italiani, fra il 1922 ed il 1943 al fascismo aderirono in massa.
Una minoranza per convinzione, la massa per convenienza. Dopo il 25 luglio 1943 accadde lo stesso fenomeno di transumanza pecoreccia: una minoranza, per convinzione, prese le armi nelle zone occupate dai tedeschi dopo l’implosione del regime, la maggioranza, più tardi e sempre per convenienza, prese a dichiararsi “da sempre convintamente antifascista”.
Fa fede un ricordo di famiglia.
Mio nonno paterno, preside di scuola e direttore di collegi italiani all’estero, in origine nazionalista corradiniano e poi aderente, come tutto il movimento di Corradini, al PNF sin dal 1921, si reca al bar qualche giorno dopo il 25 luglio con la “cimice” rigorosamente appuntata sul bavero della giacca (se non sapete cosa fosse la “cimice” smettete anche di leggere e tornate pure alla versione “basic” della storia d’Italia che va benissimo per voi). Il barista prima tossisce, poi comincia a guardarlo in modo strano. Alla fine, se ne esce più o meno così “Professore, quella è meglio se la mette via”. Mio nonno di malavoglia si toglie il distintivo del PNF e si gira verso il cestino della carta straccia accanto al bancone, ma non butterà mai quel distintivo. Cosa lo ferma? La vista di decine di “cimici” che occhieggiavano dal posacenere che sovrastava il cestino o erano sparse per terra li intorno. Inutile dire che fino al 24 sera anche il barista sarebbe stato prontissimo a fare il saluto romano, gridando “Viva il Duce!”.
Ora, l’unico dato certo è che dopo l’otto settembre lo Stato implode e si scinde: pezzi di Ministero seguono il Re nella sua grottesca fuga brindisina, altri pezzi salgono sui treni diretti a Nord. Lo Stato Italiano di matrice sabauda, quello Stato poi detto “liberale” che la Grande Guerra e la follia dell’estate 1914 avevano trasformato nella carcassa marcia divorata dal fascismo finisce lì.
Quello che non finisce lì è lo studio della storia, quella vera – complicata e difficile, non quella che trovate sul retro del pacco di cereali per colazione.
E la storia ci dice molto: ci dice, ad esempio, che esiste un nesso profondo fra Grande Guerra ed emersione dei totalitarismi, ci parla di “biennio rosso” e della violenza contro i proprietari ed i mezzadri nelle campagne emiliane e romagnole, ci ricorda che la Russia zarista era stata sostituita (a poco più di cent’anni dal congresso di Vienna) da un mostro sconosciuto e temutissimo, perché ritenuto più contagioso della febbre spagnola, il comunismo sovietico poi evolutosi nel realsocialismo di stampo stalinista. E ben si può dire che non si sarebbe dato alcun trionfo dei totalitarismi fascisti senza la cinica scelta tedesca di far germinare la rivoluzione sovietica rimandando Lenin in patria su un treno militare per ottenere l’armistizio con i russi.
Insomma, la storia è sfaccettata e le situazioni dei milioni di individui con il cui sangue essa viene scritta sono immensamente diverse fra loro e non si possono ridurre alla dicotomia “fa/antifa” che tanto mi fa arrabbiare, soprattutto se tinteggiata di retorica deamicisiana da due soldi e discorsi vuoti fatti da ragazzini che non ne sanno nulla.
Prendiamo il caso personale, mio zio Raffaele: mio zio nel pomeriggio dell’otto settembre maledetto, invece di “sbracare” decide di tornare a La Spezia. Per fedeltà all’Ammiraglio Bergamini, alla Regia Marina ed al Re d’Italia. Era tutto tranne che fascista dato che saltava puntualmente la premilitare del sabato per giocare a biliardo e dormire, ma era un ufficiale della Regia con un giuramento di fedeltà.
Un giuramento che gli è costato la vita, essendo egli imbarcato, con tutto lo Stato Maggiore delle Forze Navali da Battaglia sulla corazzata Roma, vittima sacrificale dell’ignominioso sbracarsi dello Stato italiano e della crudele rappresaglia nazista.
Delle vicende del “Roma” per decenni si è parlato pochissimo, i caduti del “Roma” erano fonte di imbarazzo.
Non potevano etichettarsi come “cattivi e fascisti” (e quindi “morti minori”) e non potevano ricevere la patente di “eroico partigiano” (e quindi “gloriosi caduti”).
Erano una cosa diversa, un tertium genus.
Ecco, il mio sangue è quello del terzo tipo, di chi, servendo il proprio paese pagò il prezzo più alto e in silenzio, mentre l’Italia sprofondava nella guerra civile che noi chiamiamo “guerra di liberazione” numerando i partigiani a milioni, quando invece furono alcune centinaia di migliaia (anche perché mezza Italia era, almeno formalmente, il cosiddetto “Regno del Sud”).

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