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Le incertezze nel futuro di Roma Capitale: fra debito della gestione commissariale e futuribili candidature

Nel clamore della campagna elettorale che va concludendosi, si sommano grida e annunci che hanno il valore della propaganda. Ossia niente.

Esulta la Raggi su due punti. Bilancio di Roma Capitale risanato e candidatura per Expo 2030. Andiamo per gradi, partiamo dal bilancio, ma premetto che è questione che dovrò assolutamente semplificare perché massimamente complicata e perché altrimenti nessuno leggerebbe l’articolo.

Partiamo da un presupposto: Roma ha due bilanci, uno assegnato nel lontano 2008 alla c.d. “gestione commissariale” (un escamotage voluto da Alemanno per accettare la candidatura a sindaco e che il governo Berlusconi gli concesse) e poi il normale bilancio di Roma Capitale.

La Gestione Commissariale ha consentito di non mandare in dissesto Roma: pensatela come una “bad bank” nella quale vengono conferiti tutti i cespiti attivi e passivi fino a una certa data, la norma infatti recitava così ““la Gestione Commissariale del Comune assume, con bilancio separato rispetto a quello della Gestione ordinaria, tutte le entrate di competenza e tutte le obbligazioni assunte alla data del 28 aprile 2008” (è una norma della finanziaria 2008).

La Gestione Commissariale andrà avanti sino al prossimo 31 dicembre. Infatti, nel 2019 una norma contenuta nel “decreto crescita”, sotto i buoni uffici dell’allora sottosegretario al MEF Laura Castelli, ha trasferito allo Stato una quota significativa del debito della gestione commissariale che si dovrà chiudere improrogabilmente entro il 31 dicembre 2021. Praticamente subito dopo le prossime elezioni.

In realtà il decreto crescita del 2019, che abbiamo poc’anzi citato, all’art. 38, ha previsto che “è trasferita a Roma Capitale la titolarità del piano di estinzione dei debiti commerciali e quelli finanziari, oggetto di ricognizione. Parimenti le posizioni debitorie derivanti da obbligazioni contratte in data anteriore al 28 aprile 2008 non inserite nella definitiva rilevazione della massa passiva, rientrano nella competenza di Roma Capitale”. La norma, quindi, è molto chiara in tal senso: a Roma Capitale spetta gestire il saldo della gestione commissariale.

Il problema è che sembra che il saldo della gestione commissariale sarà negativo per un disavanzo di 2,3 miliardi che finiranno, dal 1 gennaio 2022) sulla c.d. “gestione ordinaria” (il bilancio di Roma Capitale). Si tratta è vero di una analisi esterna e indipendente condotta da una esperta contabile di area M5S( qui il link per il vostro approfondimento https://tinyurl.com/7zh327ns)

Difficile che possa trarre conclusioni io sulla natura attiva o passiva di questo saldo, se persino la Corte dei Conti è in difficoltà sul punto. Infatti, con delibera 15/2020, la sezione di controllo enti locali ha ribadito, quanto al tema della unificazione dei due bilanci, per la quale era necessaria la corretta identificazione nel sistema informativo contabile del Comune di tutte le poste attive e passive che “il bilancio, come rappresentazione veritiera della politica allocativa, è servente al principio di democraticità di cui all’art. 2 Cost., perché strumento oggettivo di controllo sociale sulle scelte strategico- gestionali effettuate e mezzo per garantire l’effettività delle responsabilità di mandato ad esse connesse” e che, tuttavia, “non risulta possibile allo stato degli atti esprimere alcuna valutazione sulla correttezza dell’allocazione delle poste in rispondenza al dettato normativo e, conseguentemente, sulla correttezza delle rilevazioni compiute, in conformità ai criteri di riparto fissati dalla norma originaria di riferimento (art. 78, del d.l. 112/2008) e secondo quanto richiesto con la prescritta misura consequenziale”.

Altra questione è quella della candidatura ad Expo 2030: si tratta di un’occasione di sviluppo immobiliare già “annusata” dal generone romano (https://www.ilmessaggero.it/roma/politica/roma_recovery_giubileo_expo_2030_svolta_convegno-6226833.html) sullo stile di quanto accaduto a Milano qualche anno fa. Sembra la solita riedizione della esposizione universale (stile Parigi con Torre Eiffel e tutto il resto) che attrarrebbe capitali, investimenti ecc. ecc.

Una manna per la speculazione immobiliare e per le cubature di cementificazione che finirebbe inevitabilmente per seppellire qualunque possibilità di sviluppo ordinario ed ecosostenibile della città in una logica di ricucitura del tessuto urbano, del recupero del patrimonio esistente e della conversione della città ad una mobilità sostenibile, leggera e con un ridisegno delle logiche di spostamento, favorito dallo smart working, verso una vita urbana molto meno legata al fenomeno del pendolarismo fra fascia periferica ed ultra periferica (zona peri-GRA) e centro dove si trovano uffici pubblici e privati.

Questo ovviamente poco interessa ai candidati sindaci perché è il momento di fare promesse: la Raggi, la stessa che disse no alle Olimpiadi, ora si dà il merito di aver colto l’occasione (suggellata dalla lettera di Draghi che candida ufficialmente Roma insieme a Mosca ed alla coreana Busan).

L’occasione, tra l’altro, è una candidatura che bisogna anche vincere.

Lascio ai miei due lettori le conclusioni: basta fare le somme fra un debito incerto (dato che nessuno sa a quanto ammonterà esattamente) e di una candidatura incerta (dato che nessuno sa se Roma vincerà) e che comunque ha tutto tranne che il gusto della decarbonizzazione e della transizione ecologica, ma presenta i robusti appetiti dei soliti palazzinari.

CB