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Michela Murgia ci iscrive tutti alla Matria.

Ho avuto l’onore di una citazione, sia pure indiretta, su l’Espresso online. In un certo senso – rispetto alla mia carriera di pennivendolo dilettante – mi sento lusingato. E allora perché non replicare qui su Romadailynews? Scrive Michela Murgia, in un post del 15 novembre “Il concetto di patria ha fatto solo danni. Cominciamo a parlare di Matria”. Una teoria audace che, intessuta di una volontà poietica venata di manie da demiurgo della scrittura creativa, vorrebbe rideclinare a ritroso gli indici culturali, dell’ethos e dei fatti storici in senso “demaschilistizzante” con una operazione di castrazione punitiva della realtà fattuale così come si è svolta. E’ colpevole il Maschio, re, padre, soldato e quindi anche despota, oppressore delle donne sposate e macellaio sanguinario e va eradicato per igiene intellettualoide il concetto di ius sanguinis e di discendenza per linea maschile che, secondo la Murgia, si tradurrebbe direttamente in un elemento identitario di tipo neofascista, impolverato armamento dell’arsenale retorico mutuato dalle ideologie reazionarie degli ultimi tre secoli.

Guai a chi prova a rivendicarlo, quindi, specie se Maschio e, pertanto, ontologicamente colpevole e minus habens morale e guai anche a chi avversa fieramente il portato sociopolitico di questa avventurosa teoria che mira alla demolizione ed alla ricostruzione del concetto di identità nazionale in una specie di melassa di ampia metratura culturale nella quale ognuno si sente figlio di una Madre universale che non rifiuta nessuno e che ama tutti, a prescindere dalla provenienza, dalla confessione religiosa e via genericizzando.

Mi cita quindi, come dicevo, non la Murgia, ma un giovane collega dell’Espresso, al quale ho cordialmente inviato un tweet, rivendicando idee e posizione espresse in un commento all’articolo originario della Murgia da lui ripreso in un articolo, sempre sull’Espresso online “Matria e il “Femminismo fanatico e ottuso”: cronache di una sollevazione” del 29 novembre.

Ebbene si, caro Marconi: ho detto io «tentativo igienista di riscrivere la storia». Lo dico, lo scrivo, lo confermo e lo sottoscrivo, me ne assumo orgogliosa Paternità virile e maschia perché se, da un lato, la storia l’han fatta uomini e donne di ogni epoca –  e le sovrane, storicamente, non hanno esercitato il potere in modo meno cinico, violento e opportunista dei colleghi maschi, chieda a Pugačëv delle cure materne riservategli dalla zarina di tutte le Russie – è un fatto storico, vero, oggettivo, fuso nel crivello del sangue e dell’acciaio che da sempre ha sostenuto il potere ed il procedere degli Stati Nazionali europei, che le categorie del maschile abbiano informato di sé vicende personali, collettive, nazionali e continentali. Piaccia o meno.

Né si può tacere che, se non lo si vuol considerare un espediente intellettualista per attirare attenzione o, mi si passi l’orrendo neologismo, fare del bieco click baiting, introdurre un tentativo di riscrittura concettuale dei fondamenti profondi dell’identità nazionale in una prospettiva di tipo mondialista è, al meglio, una pia illusione che non solo disconosce il dato storico europeo, ma mostra o l’ignoranza o la volontà di ignorare il ben più forte e radicato dato storico della Umma Musulmana, nelle sue complessità e confessioni, sempre in lotta fra loro, che di certe aperture se ne frega, come anche dei diritti delle donne – la inviterei ad un tour della pagina internet del moderatissimo Grande Ayatollah Al-Sistani, fra le massime autorità religiose e morali dell’Islam sciita ove si discetta di quante nerbate sia lecito per il Marito infliggere cotidie alla Moglie.

 

Cosimo Benini