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Perché Greta Thunberg è un’ottimista

Oggi, in numerosi paesi del mondo, gli studenti sfileranno e risponderanno all’appello di Greta Thunberg, la sedicenne svedese, attivista ecologistica, campione della lotta al climate change e, notizia recente, candidata al Nobel. La Thunberg è diventata famosa per aver manifestato, all’inizio da sola, per un’ovvietà: come specie siamo alla frutta e ci siamo talmente ben incastrati in un modello sociale “estrai, raffina, produci, consuma e butta (a cavolo)” così radicato nelle nostre menti da essere diventato un qualcosa a metà fra una prigione mortale e un apparato di dogmi che non possono neanche solamente essere messi in discussione. Parliamoci chiaro: chi di voi è pronto a rinunciare alla “maghina”, a tenere il riscaldamento a 25 gradi in inverno e il climatizzatore a 18 gradi ad agosto, chi è pronto a fare a meno delle indispensabili confezioni di plastica e plastica e plastica che avvolgono qualunque tipo di merce noi si compri, chi, ancora, è pronto a spegnere selettivamente le proprie utenze elettriche domestiche, senza tenere accese contemporaneamente lavapanni, lavapiatti, sette televisori LCD, un paio di PC e una console per videogiochi. Maddai. Nessuno ovviamente.

E allora il problema è la Thunberg: ha la sindrome di Asperger, poverina. Ha lo sguardo inquietante e fisso, mi fa paura. E’ la solita bambolina eterodiretta dalle èlite mondialiste. Il cambiamento climatico non esiste.

Ora vi conto due cosette (fatemi essere un po’ Montalbano): negli anni mi sono fatto convinto che la nostra capacità di comprendere i meccanismi che legano i vari componenti dell’ambiente terrestre, mare, atmosfera, terra, tettonica ecc. è molto, molto limitata. Abbiamo problemi di pura potenza computazionale (l’aspetto forse meno critico dato che la potenza di calcolo globale cresce di anno in anno) semplicemente per processare l’incredibilmente enorme mole di dati che vengono rilevati da sensori terrestri e satelliti ogni ora, ogni minuto ed ogni secondo. E’ come se guardassimo un rebus molto complicato senza capirlo completamente. Però una cosa è certa: l’impronta umana sul pianeta, nel suo complesso, sta diventando troppo nociva e lo sta facendo secondo una dinamica che abbiamo difficoltà a misurare. Le nostre stime, in altre parole, potrebbero essere troppo prudenti. I processi innescati potrebbero essere più rapidi di quanto crediamo, potrebbero relazionarsi fra di loro in modi che nemmeno immaginiamo e persino misurare, quantificare e stimare qualitativamente le conseguenze in termini di effetti sui biomi, andamento delle temperature, delle grandi correnti oceaniche (come l’AMOC) o del jet stream in alta atmosfera è un’impresa davvero sfidante per i nostri migliori scienziati.

Ma se volete leggere almeno la parte di sintesi, le sinossi, dei report IPCC (fra i più prudenti che vengono pubblicati) – trattasi di ponderosi rapporti ricchi di contenuti tecnici incomprensibili ai più – potrete leggere “probabilità che il Mediterraneo diventi una zona arida con scarse precipitazioni: molto elevata”.

Sono partito da qui e mi sono andato a leggere qualche vecchio articolo dell’estate 2017 – proprio quella in cui Raggi e Zingaretti litigavano sul Lago di Bracciano e sulla necessità di sospendere il prelievo idrico di ACEA lasciando parte di Roma a secco. Ecco, se leggete e vi fate una ricerchina anche voi, scoprirete che la rete idrica nazionale disperde fra il 35 ed il 40 per cento dell’acqua che trasporta fino ai vari utilizzatori: agricoltura, usi domestici e, udite udite, raffreddamento delle centrali elettriche (si anche quelle termiche vanno raffreddate ad acqua).  In parole povere: o qualcuno decide che l’acqua, in un paese del Mediterraneo esposto alla desertificazione nei prossimi decenni, è una risorsa strategica di assoluto e rilevante interesse nazionale e la tratta come tale, lungo tutto la filiera, estrazione, purificazione, trasporto, consegna e utilizzo incluse con tutte le conseguenze del caso (chi ruba l’acqua va in galera ad esempio con buona pace delle decine di migliaia di allacci abusivi per uso agricolo che esistono in Italia) o la vedo malino per il nostro paese di Pulcinella.

Ecco, la Thunberg ci ricorda e ricorda al decisore politico che è ora di attuare le decisioni prese (in realtà quelle molto moderate dell’accordo di Parigi). E’ bene sapere che quel che si tenta di fare è mitigare il danno e che le azioni scelte sono comunque tarate su dati che sono in continua evoluzione così come la comprensione dei fenomeni e delle loro interrelazioni. Insomma, anche se facessimo bene il compitino tutti quanti, potrebbe non bastare, potremmo aver fatto male i calcoli.

CB