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Perché i tumulti del 9 ottobre a Roma non devono essere sottovalutati

Le avvisaglie di quello che è successo ieri a Roma c’erano da mesi. Basta ricostruire i fatti: è da tempo che un’area di dissenso sempre più forte e larga e sempre meno collegata ai media mainstream si va facendo strada in settori della società per lo più ignorati dai partiti tradizionali.
E’ un’area che va da chi ha maggiormente patito le conseguenze economiche della pandemia a chi ne ha preso strumentalmente le parti. Ma quel che è importante evidenziare è che si tratta di una zona trasversale che ricomprende moltissime persone non politicizzate che si sono “ripoliticizzate” grazie ai media non mainstream.
 
Che sia telegram o siti come Byoblu o profili twitter, è chiaro che in due anni di isolamento o quasi isolamento, molte persone hanno fatto ricorso a letture borderline della realtà perché meglio si confacevano loro. Non voglio qui introdurre il tema del “complotto come spiegazione più semplice (e più rassicurante) di fronte ad una realtà che è diventata ad un tempo troppo complessa e troppo comunicata”.
 
Il tema “infodemia” non l’ho coniato io, non mi piace, ma rende l’idea: un continuo bombardamento di input mediatici contrastanti, ufficiali e non, che ha, nei mesi, eroso la pazienza di questa area sociale interclassista e ne ha aumentato il coefficiente di dissenso verso tutto ciò che in qualche modo incarna l’ufficialità: autorità pubbliche, giornalisti “ortodossi”, corpi intermedi come partiti e sindacati.
Era solo questione di tempo prima che gruppi largamente minoritari, ma attrezzati a trasformare il dissenso in conflitto urbano e poi sociale, provassero a prenderne la guida e ad utilizzarlo per finalità politiche ulteriori.
 
Ora è chiaro che i movimenti di estrema destra, ad oggi, non hanno assolutamente né i numeri, né il seguito per costituire un qualcosa che possa andare al di là del risultato di una gestione disastrosa dell’ordine pubblico (perché a Roma ieri è successo questo: il dispositivo di ordine pubblico non ha funzionato). Può loro riuscire il colpo mediatico – l’assalto alla sede della CGIL in corso d’Italia per esempio – e poco altro.
 
Quel che deve preoccupare è, invece, quell’area (che sta crescendo) di dissenso sempre meno carsica che il c.d. “green pass” sta radicalizzando con buona pace delle panzane del ministro Brunetta che lo considera un successo, quando, invece, ha per le mani un boomerang pazzesco.
 
Ho, settimane fa, già articolato le mie perplessità su un lasciapassare, la mancanza del quale determina conseguenze gravi o gravissime sui diritti civili ed economici dei cittadini e, per di più, l’irrogazione delle quali è affidata, fra gli altri, al privato datore di lavoro, sul quale il potere statale scarica l’onere della sanzione al trasgressore.
 
Una norma del genere, è solo questione di tempo, cadrà davanti a una sentenza della Corte Costituzionale: al primo licenziamento che finisce davanti a un giudice, la questione incidentale è certezza matematica. Lo Stato non si è assunto la responsabilità di introdurre, per legge, l’obbligo vaccinale – in linea con l’art.32, Cost – ed è stato un enorme errore come un enorme errore è stata la comunicazione ondivaga e contraddittoria degli ultimi 24 mesi.
 
Di più: la classe politica nazionale, sostanzialmente commissariata dal Quirinale con la salita di Draghi a Palazzo Chigi, ha finito per allinearsi dietro le scelte dell’ex Presidente della BCE senza esercitare un minimo di opinione critica e ci chiediamo se le forze politiche ne siano capaci, accecate tutte come sono dalla spasmodica ricerca di voti nei sondaggi, salvo poi schiantarsi, come accaduto nelle elezioni amministrative con un astensionismo che sfiora il 50%.
 
Il tema “green pass” sarebbe stato un ambito perfetto per porre un argine parlamentare al solipsismo di Draghi che, al contrario di quel che pensano tutti, non è né un grande statista, né un grande politico (si ricorda la “smarronata” su Erdogan, definito “un dittatore” con il conseguente strascico di attriti diplomatici con la Turchia).
Un Parlamento degno del proprio ruolo chiamerebbe immediatamente il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno (e forse sarebbe il caso di pensare ad una figura meno debole dell’attuale inquilina del Viminale) a riferire sull’accaduto, di per sé un fatto gravissimo, pretendendo l’apertura di una riflessione critica sul tema “green pass”.
 
In assenza di tutto ciò e stante la persistente acritica inconsistenza dei partiti, di tutti i partiti, si sta lasciando spazio alla canaglia fascista che è abilissima a fare quel che ha fatto: gettare scompiglio e cavalcare il dissenso, intestandoselo.
Perché deve essere chiaro a tutti che non esistono manifestazioni di massa “apolitiche”, soprattutto quelle che si dichiarano tali e che certe liturgie degli anni di piombo possono finire per esercitare un fascino perverso su chi, a torto o a ragione, si sente conculcato da uno Stato visto come ostile e distante e da partiti percepiti come una oligarchia chiusa nei palazzi romani.
 
Anche il sindacato – la CGIL in particolare – dovrebbe aprire una riflessione al proprio interno: reagire, certo, alla vergognosa aggressione, dando la consueta prova di maturità democratica anche per la grande forza numerica che, nonostante tutto, sostiene ancora le forze del lavoro.
 
In particolare, credo spetti alla CGIL questo ruolo di intelligenza critica e che essa dovrebbe in verità esercitare verso il tema del “green pass” proprio perché ne sembra del tutto carente la classe politica, la decadenza implosiva della quale non pare aver ancora attaccato la struttura organizzativa del sindacato.
 
Non si può quindi liquidare quanto sta accadendo come un fatto ordinario o limitarsi a incasellare il tutto nei limiti del problema “estremismo di destra”: c’è un pentolone che sobbolle e il fuoco è stato attizzato da una decisione sbagliata le cui conseguenze rischiano di esplodere il prossimo 15 di ottobre.
CB