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Pochi spazi e no ‘tal quale’, invio a estero arma spuntata

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Roma – Pochi spazi e solo per i rifiuti trattati, senza considerare i grandi problemi di logistica per i viaggi oltre confine. La soluzione temporanea, proposta da Roma Capitale nel tavolo con Ministero dell’Ambiente e Regione Lazio, di inviare i rifiuti all’estero dopo che dal 1 gennaio chiudera’ la discarica di Colleferro (vero ‘salvavita’ della Citta’ Eterna sempre sull’orlo dell’emergenza sanitaria) sembra piu’ un’arma spuntata per prendere tempo rispetto alla necessita’ di individuare un sito di discarica che una strada realmente percorribile. Come peraltro hanno gia’ dimostrato le tante telefonate che questa estate, subito dopo la prima ordinanza firmata dal governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, sono partite dall’Ama in questo senso salvo poi restare sostanzialmente con un pugno di mosche in mano: “Avevamo coinvolto anche Utilitalia (la federazione che riunisce le aziende operanti nei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas, ndr) e Atia-Iswa (l’associazione internazionale dei rifiuti solid, ndr) ma alla fine avevamo ottenuto uno spazio di appena 6mila tonnellate da un impianto svedese, praticamente la produzione di due giorni di rifiuti di Roma”, ha raccontato all’agenzia Dire l’ex consigliere di amministrazione e direttore operativo di Ama, Massimo Ranieri. Perche’ cosi’ tante difficolta’ e cosi’ pochi spazi? “All’estero non vogliono il rifiuto tal quale ma solo quello trattato e anche per quello trattato gli spazi non sono sufficienti- ha proseguito Ranieri- In piu’ c’e’ il problema della logistica. Nel caso di invio in impianti in Svezia, Danimarca o Olanda serve un porto. E poi c’e’ chi i rifiuti li vuole imballati…Insomma, non e’ quella la soluzione”.

All’estero, secondo quanto ha appreso l’agenzia Dire da fonti qualificate, non vogliono i rifiuti non trattati non solo perche’ e’ piu’ facile raccontare alle loro comunita’ che non si prendono “l’immondizia di Roma” ma combustibile per scaldare le loro case, ma soprattutto perche’ e’ alto il timore che nei rifiuti urbani indifferenziati, proprio perche’ non caratterizzati, si possano nascondere altri generi di rifiuti, ad esempio quelli speciali pericolosi. Inoltre, passando alla logistica, appare difficile pensare che l’Autorita’ Portuale di Civitavecchia, partecipata in gran parte dalle Compagnie di navigazione (comprese quelle crocieristiche), possa accettare senza battere ciglio un cosi’ alto traffico di rifiuti. Ma non e’ finita qui. Perche’ c’e’ un altro scoglio che sembra rendere molto piu’ complicata del previsto la strada dell’invio all’estero. E cioe’ che per il 2020, secondo quanto risulta all’agenzia Dire, la gran parte degli spazi disponibili e’ gia’ stata saturata. Tanto che, ad esempio, la Gran Bretagna, grande esportatore dei suoi rifiuti in nord Europa (in particolare nell’ormai famigerato inceneritore di Copenaghen, tanto decantato da chi vorrebbe costruire altri termovalorizzatori) si sta costruendo i propri, mentre contemporaneamente quello di Rotterdam (molto utilizzato dalla citta’ di Napoli) ha due linee su sei attualmente in manutenzione ma tendenti alla chiusura. Insomma, sicuramente qualche “spazio” in giro per il continente Roma potrebbe anche trovarlo ma non certo in misura sufficiente alle sue necessita’. Ogni giorno nella discarica di Colleferro la Capitale manda 1.150 tonnellate di scarti vari derivanti dal trattamento e di questi, sempre in base a quanto riferiscono fonti qualificate, forse solo 200 tonnellate potrebbero trovare una destinazione alternativa in Europa. Ma per le altre servira’ necessariamente una discarica, entro meno di tre mesi. Ne esistono anche in Europa. Ma forse da Roma alla Romania il passo potrebbe essere troppo lungo anche per chi non si e’ ancora convinto della necessita’ di un nuovo sito di smaltimento.

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