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Il reddito di cittadinanza è un papocchio e vi dico perché

Il “reddito di cittadinanza” è la classica zozzeria all’italiana, realizzata male e di fretta, per finalità elettorali e propagandistiche. E basta scorrere il decretone (d.l. n.4 del 28 gennaio 2019) per capire che razza di confusione regnasse nelle teste di chi l’ha scritto. All’art.1 si leggono, unite nella stessa frase, le due diciture “politica attiva del lavoro” e “contrasto alla povertà”. E poi “il Rdc costituisce livello essenziale delle prestazioni nei limiti delle risorse disponibili”. Sorvoliamo sul comma 2 e sulla versione per pensionati e passiamo al comma 3 dell’art.2 “non hanno diritto (…) i
nuclei familiari che hanno tra i componenti soggetti disoccupati a seguito di dimissioni volontarie nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni”. Ad esempio, se una donna lavoratrice viene costretta a firmare le famose dimissioni in bianco (tanto per favorire la maternità) e si trova messa alla porta perché rimane incinta, non potrà accedere al Rdc. E se suo marito è disoccupato di lungo periodo, poiché componente del nucleo familiare, la “colpa” della moglie verrà estesa anche a lui. Ottimo. Splendido.
All’INPS sudano freddo perché dovranno controllare gli ISEE autocertificati con dichiarazione sostitutiva unica e processare il tutto fra il 6 marzo ed i primi di aprile (il primo pagamento è previsto per il 15/4). Inoltre, poiché sarà Poste Italiane ad erogare materialmente le prepagate, le cifre esatte da accreditare dovranno essere inserite in un flusso dati proveniente da INPS. Se ci saranno ritardi in INPS, le carte non verranno caricate. La carta, di per sé, non consente di comprare qualunque cosa, ma solo alimentari e farmaci (nelle farmacie convenzionate). Il tutto, ovviamente, nel limite del plafond nazionale (come dice l’art.1) e, quindi, con una entità del quantum individuale soggetta a riduzione nel caso le richieste fossero superiori ai calcoli del legislatore. Facciamo due conti: 7,1 miliardi di euro su circa 800 miliardi di spesa pubblica annua sono lo 0,88% della spesa pubblica, rapportato al PIL 2018 siamo intorno allo 0,4%.
Ricapitoliamo quindi. Primo problema, si è creato un istituto ibrido che mette insieme un sussidio di povertà con un incentivo alla ricerca dell’occupazione, dando per scontato che tutti i poveri siano giovani, sani e disoccupati per cause esterne. In realtà nel bacino di utenza ci sono anche persone che non saranno coinvolte dalle politiche attive per il lavoro: il 4 febbraio l’ISTAT ha presentato in audizione parlamentare un rapporto sulla “platea dei beneficiari del RDC” (https://www.istat.it/…/02/Audizione-reddito-cittadinanza.pdf) ed ha provato a stimare la quota di beneficiari del RDC che potrebbero essere effettivamente coinvolti dal “patto per il lavoro”. Il provvedimento vincola l’erogazione del beneficio alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti il nucleo familiare maggiorenni e i minori di 65. Inoltre, esclude dall’obbligo alcune categorie tra cui gli studenti, i titolari di pensione diretta o coloro che abbiano carichi di cura. Su questi presupposti parliamo di circa 470 mila persone su una platea complessiva stimata 2,7 milioni di beneficiari (ISTAT ipotizza un’adesione pari all’85% del plafond nazionale). Siamo al 17,5%: un po’ pochino e queste cifre spiegano perché sia assurdo mischiare istituti sociali che rispondono ad esigenze differenti.
La ricerca di un’occupazione è cosa diversa da una nuova versione della “pensione sociale” e finanziare un unico istituto con due teste, rischia di compromettere la capacità del decisore politico di comprendere esattamente quali politiche stia perseguendo e con quali risorse.
Secondo problema: tutti i costi “occulti” sono a carico del fondo che finanzia l’istituto. Coloro che parteciperanno alle politiche attive per il lavoro verranno inquadrati in programmi di “lavori socialmente utili” organizzati dai Comuni (auguri) e sarà a carico dei Comuni il costo dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro (ed essi si rivarranno sul Fondo, aumentando il rischio che si debbano rimodulare gli importi per tutta la platea, anche per coloro che non parteciperanno alle politiche attive per il lavoro).
Sempre il Fondo coprirà i costi atti a potenziare i “Centri per l’impiego” e, poiché le Regioni e non l’ANPAL dovranno assumere i facilitatori o tutor o “navigator” (ma perché in Italia riusciamo sempre a renderci ridicoli con questi neologismi da cinema americano anni ’80?), le Regioni vorranno indietro, sempre dal Fondo di cui sopra, i relativi costi. Insomma, il plafond effettivo sarà più basso di quello nominale ed il rischio rimodulazione degli importi reale.
Si poteva fare meglio semplicemente ragionando in modo non pregiudizialmente propagandistico e senza aizzare ridicole campagne di astio contro minoranze, immigrati e partiti politici avversari?
Certamente.
Intanto, introducendo un reddito minimo orario per legge e coinvolgendo tutti i sindacati nell’adeguamento del sistema delle relazioni industriali. In secondo luogo, tenendo conto del fatto che esistono in Italia anche molti lavoratori “poveri” cioè persone che lavorano, ma non guadagnano a sufficienza per vivere e quindi introducendo un sistema di sussidi o un mix di sgravi fiscali e contributivi finalizzato ad aumentare il reddito effettivamente disponibile (aumentare la no tax area per il lavoro dipendente ad una soglia seria, non 8174 euro che è ridicolo, ma almeno il doppio o rendere progressiva l’aliquota per le detrazioni fiscali nel 730, magari per spese essenziali come i canoni di locazione, i farmaci, la spesa alimentare, il vestiario, le spese per la cura dei figli). Per gli inoccupati di lungo periodo o per coloro che sono stati espulsi dal mercato del lavoro per crisi aziendale, forse sarebbe stato meglio riformare l’indennità di disoccupazione in modo estensivo. Si, NASpI e RDC sono “compatibili”, ma l’importo della NASpI si computa nella soglia ISEE (e ricordo che INPS gestisce il sistema dei controlli quindi infallibilmente l’RDC dei nuclei con un percettore di NASpI verrà ridotto). Insomma, si dovrebbe parlare di cumulabilità indiretta, ma allora perché non potenziare la NASpI in senso estensivo, favorendo anche gli inoccupati di lungo corso e non soltanto coloro che sono stati licenziati e per 24 mesi.
Si è però fatta una scelta diversa ed incrementale, aumentando confusione e lavoro per le amministrazioni e di patronati (che infatti sono in crisi), cumulando un nuovo istituto ibrido ad altri già esistenti (pensioni minime, invalidità, NASpI ecc.) e complicando un sistema di protezione sociale già troppo complesso e che eroga un livello di sostegno troppo differenziato e comunque troppo basso. Un sistema di questo tipo favorisce comportamenti “adattativi” da parte dei richiedenti e non è efficiente e, quasi sicuramente, non sarà efficace.
Perché non dimentichiamo che “creare” domanda di lavoro, strappando persone rassegnate al proprio limbo, intento lodevole, non serve a niente se non si lavora sull’incontro con l’offerta di lavoro e pensare che pompare lo 0,4% del PIL possa automaticamente tradursi in un aumento dello stesso con un effetto di moltiplicazione tutto da dimostrare, proprio nel momento in cui il paese sta entrando in una recessione che ha, sostanzialmente, cause endogene e non esogene, è un atto di fede cieca (o ideologica) e non una scelta seria di politica del lavoro ed economica.

 

CB