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Renzi agita la clava del referendum sulla testa degli italiani

calamandrei

Un ritratto di Pietro Calamandrei, giurista, Padre Costituente ed esponente di spicco del Partito d’Azione.

Come inciderà il referendum costituzionale su quel che resta della democrazia parlamentare? E’ semplice. Si spiega in due parole: partiamo da una premessa. In Italia la rappresentanza politica organizzata dei cittadini non esiste praticamente più. Esiste, invece, un’oligarchia di professionisti della politica. Questo nutrito manipolo, migliaia e migliaia di eletti è la punta di lancia di altre decine di migliaia di persone che, a vario titolo, traggono vantaggio dall’intrattenere relazioni con l’oligarchia al potere.
Gli eletti mirano, ovviamente, a restare tali: per ottenere questo risultato, consolidare e, sperabilmente, mantenere a tempo indeterminato la propria posizione di potere e di privilegio, gli oligarchi sono disposti a tutto. Di norma si comportano così: utilizzano un nobile fine o un fine giusto o, semplicemente, un fine “obbligato” ossia che deriva da un obbligo di legge e si avvinghiano a una struttura pubblica – dai Ministeri alle ASL, poco importa. Col tempo, come una mala pianta, caricando del loro peso il nerbo di quella struttura e infiltrandola come il peggiore dei parassiti del mondo vegetale, la deformano, la svuotano e, infine, la trasformano in una mera facciata che, all’apparenza dedita al citato nobile fine istituzionale, svolge in realtà ben altre funzioni: centro di spesa, snodo di corruzione, centrale di erogazione di favori, stipendificio per gli amici, clava contro i nemici ecc. Gli altri, cioè noi, i cittadini che ancora credono alla favoletta dello stato di diritto, vengono semplicemente ignorati o trattati con fastidio o sufficienza. Se chiedono ciò che è dovuto (diritti), si scontrano con una realtà dove si ottiene solo ciò che deriva da legami, conoscenze, scambi e conventicole (favori). L’Italia è dunque uno Stato di favori (e non di diritti) in mano ad una oligarchia predatoria.
Rimarrebbero le istanze intermedie o associative, ma non v’ingannate: lo stesso procedimento adoperato per le amministrazioni si è usato per Partiti e Sindacati. Le cimici hanno scavato anche là, hanno scavato tanto a fondo da far crollare quei “ponti” fra potere e popolo che erano gli uni e gli altri. Le file dell’oligarchia e dei parassiti si sono così ingrassate oltre misura e il paese s’è spaccato in due: chi è del giro e chi non lo è. Privilegi per i primi e diritti negati per gli altri. Gli altri, sia chiaro, tendono a coincidere, in buona misura, coll’area sociale tradizionalmente di sinistra.
Renzi, ovviamente, fa parte del primo gruppo, anzi lo capeggia con protervia, potremmo dire, e il referendum è solo un tassello del suo delirio di onnipotenza autoreferenziale. Costruito su una serie di semplificazioni concettuali ad uso del popolo bove, il mito dell’ottimismo renziano è la versione 2.0 della rivoluzione liberale del Berlusconi prima maniera. Un esercizio di wishful thinking che non trova, né può trovare un riscontro concreto.
Il vero scopo della riforma costituzionale è ovviamente consolidare il blocco di potere personale del premier. Renzi, se vogliamo, è stato un parassita di secondo livello: ha penetrato, eroso e divorato il corpo del parassita originario, l’oligarchia politica del precedente establishment, marginalizzando i vari capi bastone della vecchia generazione. Ora vorrebbe ripetere l’operazione con la politica nazionale, con buona pace dell’elettorato di sinistra (se ancora ne esiste uno, visti i vari turbamenti, riposizionamenti e il generale senso di disorientamento che lo affligge dopo vent’anni di berlusconismo). Il Referendum insomma è tutto qui: una faccenda personale dell’omino di Rignano sull’Arno.
D’altra parte basta leggere la Costituzione per capire la radice del problema. La sovranità popolare si esercita, infatti, nelle forme e nei limiti stabiliti proprio dalla Carta. La forma principale è quel modello di associazione politica descritto dall’Art.49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”). I partiti, come noto, esprimono i candidati alle elezioni per le due camere del Parlamento i quali, una volta eletti, operano senza vincolo di mandato (perché rappresentano la “nazione” e non il partito che li ha candidati) in una dialettica fra Camere e Governo che, nella logica dei Costituenti, era quella di un regime parlamentare con bicameralismo “perfetto”. Un sistema, cioè, nel quale il Governo esiste se riceve e mantiene la fiducia dei due rami del Parlamento, condizione che è legata alla responsabilità politica di chi presiede il Governo, salva la responsabilità collegiale ed individuale, per gli atti del proprio dicastero, dei singoli Ministri.
Ora, facciamo un piccolo passo indietro agli anni novanta quando Berlusconi contrabbandò l’illusione che si dovesse votare “come se” le elezioni fossero dirette a “nominare” il Presidente del Consiglio dei Ministri, scrivendo il proprio nome sul simbolo elettorale del proprio partito e degli altri partiti della coalizione. Un espediente di tipo prettamente pubblicitario che, tuttavia, cambiò, falsandola, la percezione – già poco esatta – che gli italiani avevano della propria potestà di elettori. Questa radice truffaldina è stata sfruttata un po’ da tutti negli ultimi vent’anni imprimendo ai già agonizzanti “partiti politici”, sempre più svuotati di partecipazione e sempre più ridotti a meri comitati elettorali permanenti, una forte spinta personalistica che ha teso a spostare sempre più il focus del consenso elettorale dal partito al “leader”. Al leader ed alla sua cricca, infine, l’infame legge elettorale ordita da un personaggio del calibro di Calderoli, ha consegnato nei fatti il potere assoluto di cooptazione sui candidati da mettere nelle liste ai primi posti. Il risultato è stato una Camera dei Deputati in mano ai capigruppo, piena dei c.d. “pianisti”, nella quale l’autonomia dell’eletto rispetto al vertice del suo partito è nulla, come nullo è il consenso che egli puà raccogliere, dato che i voti vanno al Partito e non a lui.
Ed arriviamo a Renzi: un uomo che è diventato Presidente del Consiglio col voto dell’Assemblea del PD, dopo aver fatto fuori i vertici dell’ancien regime ex PDS, e che si è seduto a Palazzo Chigi paradossalmente proprio secondo un principio di stampo tipicamente parlamentarista.

Un principio che suona, nella prassi costituzionale, più o meno così: finché il Parlamento riesce a mettere insieme una maggioranza in grado di esprimere un Governo che abbia la fiducia del Parlamento stesso, il margine di manovra di un Presidente della Repubblica è minimo: deve, di norma, incaricare la persona indicatagli dalla nuova maggioranza politica. Renzi è quindi diventato Presidente del Consiglio proprio sulla base di questo meccanismo, mentre, allo stesso tempo, esasperava le tinte personalistiche e leaderistiche sia sul fronte interno della dialettica con la minoranza del suo stesso partito, che sul fronte esterno del confronto con le opposizioni.

La riforma costituzionale (e la correlata legge elettorale che, però, nell’economia complessiva del problema è l’elemento di vero interesse per gli appetiti delle varie formazione politiche) si regge su questa idiosincrasia: che un governo fondato sul principio parlamentarista per eccellenza vuole demolire il presupposto di base del parlamentarismo – fra la altre cosine inserite nella riforma omnibus – ossia il bicameralismo perfetto ed il requisito della fiducia dei due rami del Parlamento.
Tutto questo in nome di un nuovismo e di un riformismo diafani e fini a sè stessi, correre per correre, semplificando ogni tecnicismo al limite della faciloneria al grido di “Nuovo! Nuovo!”. Una specie di Marinettismo della politica, insomma.

Tuttavia il dinamismo senza altro fine che il moto in avanti si regge, oltre che sulla idiosincrasia di cui dicevamo poc’anzi, sul pilastro fragilissimo di una legge elettorale che eredita il peggio della precedente e riesce, se possibile, ad evidenziare profili di monoliticità al limite dell’autoritarismo, introducendo un premio di maggioranza abnorme che è, di fatto, la negazione di quel principio parlamentarista sfruttato da Renzi per salire al governo.

Il che ci dice molto del cinismo e della bulimia di potere del personaggio che, in questa galleria di orchi famelici, è in buona compagnia con il revanscismo pappone del fu centrodestra, con il populismo ignorante di un mestierante come Salvini e, infine, con i mille appetiti dei grillini ormai avvezzi ai dorati ozi romani come e peggio degli ultimi satrapi democristiani che, talvolta, ci tocca ascoltare, ripuliti e decorati col rango di “politici di grande esperienza”, in qualche vomitevole talk show nazionale.
Questo è, se siete arrivati fino a qui (e avete avuto pazienza e coraggio).
Non vi dirò, come al solito, come votare o se non andare a votare. Le scelte sono vostre e solo vostre e le conseguenze anche.

 

Cosimo Benini

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