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Renzi e i rischi dell’avventurismo politico

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Sorvoliamo sulla gestione extraparlamentare di una crisi che avrebbe richiesto un voto di sfiducia in parlamento, se l’Italia è ancora repubblica parlamentare. Sorvoliamo sul totoministri, immancabile tormentone di ogni cambio di governo in questo disgraziato paese. E facciamo anche finta di niente di fronte al complesso incastro di interessi che vede come unica certezza la volontà dei partiti di non andare al voto ora che la Consulta ha modificato il Porcellum.

Tuttavia sull’azzardo che Matteo Renzi si è preso, saltando sul carro del governo, non possiamo proprio sorvolare. Non possiamo perché, è chiaro a tutti, un conto è andare a Palazzo Chigi con un monocolore PD e liste di fedelissimi e, quindi, con il potere di decidere qualcosa. Un conto, invece, è andarci con i resti della “strana maggioranza”, leggasi NCD, che a latitudini più nordiche si chiama “Grosse Koalition”.

E cosa farà il Renzi premier quando dovrà sporcarsi i piedi con la viscosità palustre dei mille veti incrociati dei partiti non partiti (NCD non ha ancora affrontato una partita elettorale) e dei partitini atomici dello zero virgola che già affilano il pallottoliere per fare il conto delle poltrone e poltroncine, dai Ministeri alle Aziende di Stato, da mettere nella scarsella? Una riforma al mese è un bell’obiettivo se di mesi ne contiamo da oggi fino alla scadenza naturale della legislatura, ma temo che il premier in pectore non arriverà neanche a ferragosto con certi presupposti. In primo luogo perché, qualunque cosa intenda fare, dovrà agire in modo incisivo sull’assetto sociale ed economico del paese ossia scontentare pesantemente alcuni destinatari di posizioni di rendita finanziate col denaro pubblico a favore di molti altri che di soldi ne vedono pochini, scatenando quindi l’ira delle mille corporazioni italiane, ben rappresentate non solo alle Camere e nei partiti, ma a tutti i livelli di potere.

E se non inciderà, affonderà nello stesso modo in cui è affondato Letta cioè in una paresi progressiva e logorante che metterà automaticamente in pole position per la vittoria alle politiche prossime venture quel Berlusconi che, con un certo cinismo politico, lo stesso Renzi ha estratto dalle secche nelle quali era finito, richiamandolo al ruolo di riformatore della politica italiana.

Non basta. Matteo da Firenze non vuole soltanto governare, ma vuole anche portare a casa riforme epocali, con la politica dei due forni: governare con Alfano e riformare con Berlusconi, ex soci oggi separati da un astio insanabile. Un gioco da saltimbanco che richiede equilibrio e nervi d’acciaio. La clava delle elezioni, certo, è un’arma importante per Matteo, ma perderà deterrenza man mano che il tempo passa perché il principale concorrente del PD, Forza Italia, sta già riorganizzandosi alacremente e se al momento teme le urne, fra qualche tempo potrà essere pronto ad affrontarle. Grillo, dal canto suo, continua con il suo cinico metodo di lasciar bollire il paese (e la politica) nel brodo dello scontento, sperando di raccogliere consensi maggioritari quando alla fine si tornerà a votare. Ma non è detto che la tecnica cinese dell’attesa sulle rive del fiume gli consenta di avvistare il cadavere dei suoi avversari, specialmente quello di Berlusconi.

In ogni caso ora tocca a Renzi. Vedremo la lista dei ministri, vedremo i compromessi che dovrà fare con NCD e vedremo se saprà incidere. Certo, può darsi che Matteo Renzi riesca a cambiare l’Italia, ma qui lo dico e qui lo nego. (Cosimo Benini)

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