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Renzi e la riforma della PA

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Matteo RenziAl di là degli annunci, Matteo Renzi dovrà – ove riesca a portare a casa la lista dei ministri e sciogliere positivamente la riserva – metter mano alla Pubblica Amministrazione.

Non è che i soldi per ridurre il cuneo fiscale e l’IRAP possa andare a trovarli in una politica di deficit spending o negoziando un allentamento dei vincoli europei, quindi dovrà necessariamente potare le partite più rilevanti della spesa pubblica.

Sulle prestazioni di assistenza e previdenza si potrebbe fare qualcosina, ma i numeri delle cosiddette pensioni d’oro non consentono voli pindarici, né è possibile affidarsi alle sirene del recupero dell’evasione se prima non si mette in campo una riforma fiscale che semplifichi i tributi e le regole tributarie in modo draconiano. Pochi obblighi, chiari, ineludibili. Ma semplificare il fisco ha un costo e siamo al punto di partenza.

Se l’operazione che si impone per rilanciare l’economia italiana è quella di uno shock miliardario (e parliamo di alcune decine di miliardi) in termini di riduzione del costo del lavoro e di alleggerimento del carico fiscale sulle PMI, i soldi si dovrebbero andare a prendere sulla PA, sia in termini di spese di funzionamento che in termini di costo del personale.

E qui viene il difficile. Perché la grandissima parte delle retribuzioni pubbliche, parliamo di amministrazione centrale, sono misere e bloccate da anni, i trattamenti accessori, salvo alcuni comparti, sono ridicolmente bassi e, anche ove si decidesse di tagliare quelle sacche, le cifre sarebbero molto contenute, forse qualche centinaio di milioni.

E al governo servono almeno cinquanta miliardi e in fretta, al netto dei vincoli del fiscal compact che vanno comunque onorati poiché c’è sempre una quota di avanzo che va versata a riduzione dello stock di debito pubblico.

Certo, ci sono alcune voci di spesa molto evidenti che hanno un costo di alcuni miliardi l’anno e sono voci con le stellette: in ordine sparso, la portaerei Cavour, il progetto F35 e le missioni all’estero. Il buon senso imporrebbe di fermare la portaerei, portarla in stato di non operatività, uscire di corsa dal progetto F35 e dire agli alleati che l’Italia non si può permettere di mandare migliaia di uomini in giro per il mondo, per ora. Scelga Matteo se la borsa o il prestigio.

Sul pubblico impiego, invece, ha senso muoversi verso il contratto unico, livellando le retribuzioni su un indice medio, senza però escludere il lavoro pubblico dal taglio del cuneo fiscale, ma, soprattutto, è il modello di pubblica amministrazione che va rifondato.

Va aperta una riflessione seria sul reclutamento, specie a livello regionale con l’abbandono del sistema delle società miste, costosa valvola di sfogo del clientelismo politico locale, come anche sulla reinternalizzazione di  funzioni chiave, come l’informatica, che vanno riportate all’interno del perimetro pubblico.

Ha senso avere mille e mille società miste, a partire da SOGEI, che si occupano di informatica pubblica, con mille e mille sistemi informativi che non si parlano fra loro? Ha senso avere mille e mille CED e rinunciare all’idea di un cloud nazionale basato su un sistema di fornitura di capacità di elaborazione pubblico e unificato per tutta la PA?

Le amministrazioni centrali dovrebbero essere riassortite a favore delle strutture di servizio ossia quelle che erogano prestazioni ai cittadini, limitando al massimo l’entità dei “produttori di regole”, con ministeri snelli ed accorpati per macro aree. Ad esempio, agricoltura, attività produttive, sviluppo economico sono tre declinazioni dello stesso concetto, perché tre ministeri? Se, come ci dicono le statistiche, ad oggi l’agroalimentare è uno dei settori produttivi in crescita nonostante la crisi non è pensabile che sia piagato dall’interferenza di tre macrostrutture e una moltitudine di altri soggetti pubblici centrali e locali.

Questi sono solo esempi di ciò che è possibile fare (e necessario fare). Un articolo di giornale ha dei limiti molto stretti, specie per il numero di argomenti che è possibile trattare senza provocare emicranie al lettore.

Ma di carne al fuoco per Renzi ce n’è tanta, troppa sicuramente e il rischio, superate le secche del Cencelli in versione 2014, di finire arrostito anche lui è veramente rilevante.

(Cosimo Benini)

 

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