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Renzi non ha cambiato l’Italia e nemmeno mestiere

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Ventitré sono state le volte in cui Matteo Renzi ha dichiarato che, se avesse perso il referendum, avrebbe lasciato governo, partito e politica per andare a fare un altro mestiere.  Il suo slogan preferito: “O cambio l’Italia o cambio mestiere”.

Dopo il 4 dicembre, alla luce delle sue tante e chiare esternazioni pubbliche, in qualsiasi altro paese, Stati Uniti in testa, i mass media, giornali e TV per primi, avrebbero scritto che Renzi doveva lasciare la politica, non potendo un capo di governo mentire così spudoratamente al suo popolo, autorizzando di fatto in tal modo tutti i cittadini a comportarsi in egual maniera. Si sono letti, negli ultimi otto giorni, editoriali di questo tipo sui tanti ed importanti giornali italiani?

Ovviamente no.

MATTEO RENZI

MATTEO RENZI

L’unica soluzione, proposta ripetutamente al riguardo in TV, è quella dello storico, tuttologo, onnipresente commentatore, Paolo Mieli, oggi presidente di Rcs libri e un tempo direttore del Corriere della Sera.

“Renzi si prenda un anno sabbatico, sparisca dalla politica e si ripresenti bel bello fra dodici mesi, come se nulla fosse successo”: questa l’unica genialata, suggerita a commento, dall’onnisciente antesignano, ex assertore del SÌ al referendum, mister Mieli.

Ma con governi regolarmente composti da ministri per lo più mediocri, da partiti che si “strafogano” con finanziamenti pubblici mai intercettando i bisogni della gente, incapaci di formare e selezionare personale politico, con una burocrazia lenta, autoreferenziale, iperpagata, tanto attenta agli adempimenti quanto disinteressata alla “variabile tempo”, con una classe dirigente imprenditoriale ben lontana da quella del “miracolo economico”, incapace di investire in innovazione e ricerca, con una classe dirigente finanziaria che ha prodotto gli attuali disastri bancari sotto gli occhi di tutti, cosa possiamo aspettarci di meglio in un futuro prossimo che si prospetta sempre più plumbeo?

Ultima ciliegina sulla torta di queste poco rosee considerazioni, l’atteggiamento disarmante di direttori di giornali e di telegiornali, incapaci, per natura o interesse, di assumersi e praticare deontologicamente l’etica del coraggio, limitandosi a quella del tirare a campare.

Lascio al lettore il compito di  tirare le somme, ma a occhio e croce non mi pare che siamo messi molto bene.

Pier Francesco Corso

 

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