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Salvini a pranzo, cena e colazione

Quando si affronta il nodo dell’effettività dell’azione della politica sulla realtà sociale ed economica del paese, occorre chiedersi se essa sia ancora un obiettivo conseguibile o se non ci si sia ridotti ad agire esclusivamente per sottrazione e semplificazione. Mi traduco da solo: riforma del sistema degli ammortizzatori sociali contro reddito di cittadinanza. Riforma del sistema fiscale contro “flat tax”. Le prime due alternative sono complesse, onerose come elaborazione e preparazione, richiedono una visione macroeconomica e una prospettiva di politica economica a dieci, vent’anni. Non generano, è chiaro, consenso elettorale immediato. Le altre due possibilità sono interventi di tipo incrementale, molto parziali sia per costi che per disciplina, si coordinano male con il resto del sistema normativo sul quale impattano (sistema fiscale e sistema di protezione sociale), ma possono essere inseriti facilmente nella comunicazione elettorale e consentire all’attore politico di dire “ho mantenuto le promesse”.

Gli effetti macroeconomici sono modesti, i danni alla coerenza del sistema di regole (già molto compromesso e stratificato) sono certi, l’efficienza della spesa pubblica sottostante è, di fatto, negativa e il costo per le finanze pubbliche, in prospettiva, è un multiplo delle risorse impegnate. Però il decisore politico può trasformare la misura raffazzonata e dannosa nell’humus per la propria propaganda.

In altre parole, l’ircocervo gialloverde vive di una costante campagna elettorale, accelerata dalla dimensione social della comunicazione politica, come se si fosse in un mercatino di quartiere dove due venditori di cipolle si sbracciano per attirare i clienti (pur avendo da vendere, appunto, solo cipolle).

La condizione semi visionaria di Salvini, uomo solo al comando, potrà forse portare il personaggio a sottostimare i rischi della situazione italiana – mentre l’altro dioscuro, quello ormai in disgrazia, giace, afasico e teleguidato dal suo Garante, un vecchio comico, e dall’altra parte della “setta” la versione filiale della Casaleggio ed associati – e tuttavia io vedo il leghista pigliatutto infilarsi, sempre più profondamente, in un brutto “cul de sac”.

Analizziamo le carte in mano alla Lega. Ipotesi uno: le cose continuano come ora, con un ridimensionamento dei grillini (i quali si faranno acquiescenti a costo di perdere pezzi in Parlamento sino alla dissoluzione), la Lega dovrà fare la legge di bilancio: il 20 settembre va aggiornato il vaghissimo DEF presentato ad Aprile ed entro il 15 ottobre va presentato il DDL della legge di bilancio. Per quella data sapremo se la procedura di infrazione comunitaria sarà stata formalizzata, avremo la revisione dei rating delle principali agenzie internazionali e vedremo il “sentiment” dei mercati sul debito pubblico italiano circolante. Salvini dovrà tagliare pesantemente o far saltare il banco del governo (da irresponsabile a ottobre) o, terza ipotesi, andare ad una ristrutturazione del debito, minacciando l’Italexit. Non c’è modo di sapere che scelta farà.

Ipotesi due: la Lega stacca la spina al governo ovvero i grillini si sfaldano e Di Maio viene giubilato (entro giugno). Si vota a ottobre, Salvini stravince (ipotesi assai probabile), si ripropone pari pari l’ipotesi uno, ma con meno tempo a disposizione.

Ipotesi tre: come la due, ma senza il voto e con la necessità per Mattarella di trovare uno sventurato per fare gli inevitabili tagli/aumento delle tasse, Salvini si colloca all’opposizione, ma occorre trovare altre formazioni in Parlamento pronte alla emorragia di voti che sostenere un simile esecutivo comporta. Salvini fa quello che gli riesce meglio: declamare annunci a raffica e capitalizzare l’astio dei ceti popolari. L’Italia evita il collasso finanziario, ma il governo “di scopo” chiude a fine 2019 e a maggio 2020 si rivota. Salvini stravince e il tema del collasso finanziario si ripropone con la legge di bilancio a ottobre 2020.

Il succo del discorso è che Salvini, in questo quadro politico, è condannato a vincere, ma non è adatto a gestire il Paese e, pur tuttavia, le altre forze politiche non sono al momento in una condizione di opporsi allo strapotere leghista perché o sono convalescenti e con un lungo e incerto percorso davanti (PD) o sono in via di autoliquidazione (Forza Italia per l’età di Berlusconi) o sono in fase di decomposizione (grillini). Il corollario è che un governo “del Presidente” o “di scopo” col compito di fare quel che Salvini non vuole fare è molto difficile che possa nascere. La conclusione è che moriremo (come Stato) di salvinite incurabile, inoculata al Paese dallo stolido cavallo di Troia grillino (unica funzione storica del partito degli onesti ed incompetenti dilettanti).

CB