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Tamponi: quali e quando farli? Risponde esperto Ospedale Gemelli

Roma – La richiesta di test anti Covid è volata per il balzo dei contagi, più o meno 220 mila al giorno nel nostro Paese, e i controlli dovuti al periodo delle festività. Con la variante Omicron, simil sindrome influenzale e i malanni tipici della stagione, fare il tampone, sembra a molti, la soluzione più ovvia per fugare dubbi e paure. Ma il rischio è di avere falsi negativi.

Inoltre quali sono le differenze tra il tampone rapido, il ‘COI’ e il molecolare? Quando è necessario fare l’uno piuttosto che l’altro? E chi deve indirizzare il paziente? L’agenzia di stampa Dire ha raggiunto il professor Maurizio Sanguinetti, Direttore del Dipartimento di Scienze di Laboratorio e Infettivologiche della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e docente presso l’Università Cattolica di Roma.

– Facciamo allora un po’ di chiarezza, visto l’assalto ai tamponi e la grande confusione che impera tra la gente comune ma talvolta anche tra i medici di medicina generale. Quali sono le differenze tra i test in commercio? “Sicuramente il test molecolare, sistema approvato da tutti gli organismi internazionali è il test di riferimento per effettuare diagnosi precise di Covid-19. Seppur i limiti tipici della microbiologia clinica, il molecolare offre maggiori garanzie in termini di sensibilità e specificità rispetto agli altri test disponibili. E’ quello dunque che dovrebbe essere usato per effettuare le diagnosi per Covid-19.”

“Il problema dell’utilizzo di altri sistemi è dettato chiaramente da varie necessità che però non sono cliniche ma organizzative. La possibilità o meno di effettuare una grande quantità di test, che non possono essere perciò tutti molecolari, è un problema mondiale e deriva dal fatto che globalmente non è stata mai riservata una grande attenzione al tema della diagnostica microbiologica. E’ emerso meglio con la pandemia che i laboratori sono pochi rispetto alle necessità che emergono sull’intero territorio nazionale e spesso sono concentrati negli ospedali che devono rispondere anche ad altre necessità cliniche non legate solo al Covid-19. Quindi la necessità di usare tutti gli altri test è determinata da questo stato di fatto”.

“Venendo ai test antigenici- continua Sanguinetti- che non rivelano l’acido nucleico come nel caso del test molecolare bensì le proteine del virus SARS-Cov-2, questi sono meno sensibili dei molecolari. Evidenziano in modo efficiente le cariche virali medio-alte nel soggetto testato, mentre rivelano più difficilmente le cariche virali più basse. La lettura delle bande di positività tipiche di molti test, ad esempio quelli che si fanno nelle farmacie, non danno spazio a dubbi se ben marcate, mentre quando sono deboli vanno lette con attenzione o ripetute, quindi il risultato definitivo è demandato all’esperienza dell’operatore. Da qui il fatto di essere meno affidabili. Poi esistono altri test antigenici, identificati come test in immunoflourescenza, che si basano su una metodica semi-quantitativa che restituisce un numero (detto COI) che va da zero a ‘infinito’.”

“Questo valore è proporzionale alla carica virale di quel soggetto. Questo test è più attendibile dell’antigenico rapido perché avere un numero ti offre la possibilità di identificare il livello positività. Infatti se il COI supera il valore di 10 la positività è pressoché certa e non è necessario eseguire un test molecolare per la conferma. Se inferiore a tale valore è necessario invece confermare il risultato attraverso un test molecolare. Poi ci sono test antigenici più sensibili, cioè quelli che vengono effettuati nei laboratori come il nostro, all’interno del Gemelli, che hanno una efficacia comparabile a quella di un test molecolare perché sono in grado di rilevare concentrazioni di virus medio-basse”.

“In pratica però va detto che sul mercato oggi ci sono migliaia di test. L’autorità regolatoria- sottolinea Sanguinetti- dovrebbe dirimere molte situazioni perché non è sufficiente che il test abbia la marcatura CE per definirne in modo definitivo la validità, perché l’Europa non ha le stesse modalità di altre autorità regolatorie, come ad esempio l’FDA, nella valutazione della serietà e affidabilità. Quando fare un test? Capisco che dal punto di vista psicologico può aiutare ma è importante effettuare i test quando è necessario. Bisogna vedere se la persona ha avuto un contatto con positivo, se vaccinato o meno e se è sintomatico. In linea generale il test molecolare deve essere riservato a soggetti non vaccinati e sintomatici.”

“Per questo non capisco l’utilità e il criterio in base al quale molte persone si riversano nelle farmacie per fare i tamponi. Se lo faccio per ottenere il Green Pass è un problema strettamente amministrativo altrimenti, ripeto, dal punto di vista scientifico non capisco bene l’utilità. In ogni caso, sarebbe necessario utilizzare test con una buona sensibilità, come alcuni test antigenici e come i molecolari. Se invece si è sintomatici ma soggetti non a rischio, quindi non si hanno fragilità, va bene il test rapido di farmacia ma si deve ripetere ogni 24/48h perché l’aumento del testing sopperisce alla minore sensibilità del test stesso.”

“Quanto questo è fattibile oggi? Chi dovrebbe consigliare quale test fare e a chi? Io le parlo dal punto di vista diagnostico, c’è una scarsa cultura su molte problematiche riguardanti la diagnostica microbiologica, per prescrivere test diagnostici opportuni bisognerebbe avere una conoscenza che mi sembra mancare”.

Con le nuove regole stilate dal Governo basterà un semplice tampone rapido, effettuato anche in farmacia, per uscire dalla quarantena eppure alla luce di quanto ci ha detto questi test possono dare dei falsi negativi. E’ possibile che ci saranno diversi positivi asintomatici che circoleranno ‘tranquillamente’? “Direi che è proprio così- risponde Sanguinetti- Ripeto è una scelta più politica che basata sulla scienza e la clinica. Direi che si è scelta l’opzione ad oggi più praticabile visto l’elevato numero dei contagi. Per spiegare ancora meglio pensiamo a quello che accade nel campo della radiologia. Immaginiamo le differenze che esistono tra un Rx ed una Tac.”

“Se devo vedere un ‘problema piccolo’ con l’Rx non lo rilevo mentre con la Tac sì. Questa è la stessa differenza che sussiste tra un test antigenico rapido ed un test molecolare, che mi permette di vedere molto di più. È chiaro che quindi in questo momento è possibile che ci sono molti soggetti asintomatici in giro che non si testano o che lo hanno fatto senza che però il test abbia rilevato ancora la positività”.

– Un problema collaterale, visto la progressione dei contagi seppur restano bassi i ricoveri e i posti letto nelle TI, è il tracciamento che è davvero saltato nel nostro Paese. In questo senso cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime settimane? “Tracciare i contatti dei positivi con questi numeri pari a circa 200mila casi al giorno è impossibile. Possiamo allora pensare di adottare la strategia cinese e chiudiamo le città per 3 positivi e direi che è impensabile oppure cerchiamo di fare quello che è possibile contemperando i costi/benefici. La possibilità che persone positive non vengano ‘intercettate’ è possibile, per questo è importante indossare le mascherine Ffp2 e mantenere la distanza adeguata tra i soggetti”.

“Per i vaccinati con due o meglio con 3 dosi- prosegue il professor Sanguinetti- la possibilità di sviluppare una malattia severa è molto ridotta. Certo i vaccinati possono infettarsi ma questo crea meno problemi di salute. Da qui deriva il concetto di endemizzazione, soprattutto quando vaccineremo molte più persone, ragioneremo nei confronti del COVID-19 come qualsiasi altra malattia respiratoria mantenendo sempre un occhio di riguardo per i soggetti fragili, le persone anziane ma spero che per tutti gli altri si ragioni presto come una influenza. Chiaro senza il vaccino oggi questo non sarebbe stato possibile”.

– E’ possibile che vaccinati e non, con le dovute differenze sugli esiti, si infettino tutti in primavera? “E’ possibile. Bisogna evitare di mettere paura alla gente se sei vaccinato e in salute non rischi. Penso che emergeranno altre nuovi varianti e sarebbe auspicabile lavorare ad un nuovo vaccino capace di rispondere anche a questa eventualità e che dia una immunità più prolungata. Questo ridurrebbe anche la corsa ai tamponi. Una pratica come detto a mio avviso senza senso”.

– Alla fine professore non era più efficace e pratico introdurre l’obbligo vaccinale da subito come è sempre accaduto con gli altri vaccini appunto definiti obbligatori? “Assolutamente sì. Avrei introdotto l’obbligo vaccinale come succedeva un tempo quando era giovane io. Anche perché abbiamo dati solidi che ci provengono da studi seri che confermano la sicurezza dei vaccini contro il SARS-CoV-2”. (Agenzia Dire)