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Tutti in castigo sino a dopo Pasqua (speriamo)

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L’ultimo o penultimo giorno di libertà l’ho dedicato ad una uscita culturale, la visita al quartiere Coppedè, complice un amico che è del mestiere.
Al di là del bel pomeriggio romano e della valida illustrazione delle particolarità e della storia del sito, non ho potuto fare a meno di osservare quel che accadeva intorno a me.
Sui gradini di un palazzo (quello con l’arco a sesto ribassato che imita nel motivo grafico le conchiglie) due ragazze giocavano a scattarsi foto in posa, probabilmente per instagram. Altre comitive come la nostra si dividevano la piazza. Li riconoscevi per le radioline a tracolla (si utilizzano per ascoltare la guida). Gruppetti di adolescenti con motorini e macchinette ai lati della piazza, vocianti e ridanciani. Quando abbiamo preso l’ultimo caffè al bar, su via Tagliamento, accanto al Piper, il barista c’ha salutato col magone nello sguardo.
Ho passato la giornata con due coppie di amici, sia il pranzo sia la cena e poi, al tocco del Margravio (prima delle 22) ciascuno ha fatto mestamente ritorno a casa.
E’ il rito dei saluti, sotto mentite spoglie. Sappiamo che non ci rivedremo prima di Pasqua e sappiamo che il periodo gramo potrebbe durare ben oltre le due/tre settimane che ci attendono. Ho letto studi di illustri matematici che ci dicono (corsera) che i dati di oggi sono la foto di quelli di due settimane fa e che questo ritardo fa sì che i provvedimenti contenitivi siano sempre intempestivi e che l’epidemia segua il suo corso naturale, gonfiandosi e poi sgonfiandosi come le onde del mare.
Insomma questo valzer che stiamo facendo dovevamo farlo due settimane prima e ora non serve a granchè, i danni son già fatti. Però lo facciamo lo stesso.
Allora mi assale il sospetto che l’anima storta di questo paese, intriso di ipocrisia cattolica e perdonismo matriarcale (che è l’altra faccia del maschilismo sciovinista) ci voglia tutti compunti e ligi al sacro verbo del Potere, anche se “stare puniti” per tre settimane è qualcosa che oggi non serve più, perché il pragmatismo avrebbe preteso di isolarsi due settimane fa.
Insomma avremo comunque i morti perché le misure vengono prese in ritardo e ci becchiamo in più le restrizioni. Il peggio dell’uno e dell’altro.
E non posso fare a meno di pensare che si: siamo il paese di Tafazzi, imbibito della solita insostenibile retorica a sua volta inzuppata nella più crassa ipocrisia del potere (disse Draghi, in una delle sue rare e brevi allocuzioni, “aspettate il vostro turno” chez Mattarella che fa lo spottone vaccinale del primus inter pares) quando poi si scopre che tizio e caio si sono presi il vaccino perché quello fa quel lavoro e quell’altro è parente suo.
Restiamo, insomma, il paese delle regole severissime e delle punizioni esemplari, ma solo per i fessi. Gli amici ricadono nelle sottostanti centoventisei eccezioni, dal comma due bis lettera “A” al comma due optiesdecies lettera “R”. E chi non ricade nei casi previsti dal comma 2, peste lo colga

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