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Un giorno amaro

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Roma è un guscio silenzioso e svuotato, Mattarella scende da una scalinata spettrale, il viso in parte coperto da una mascherina.

E’ il simbolo della resa, della manifesta impossibilità, la conseguenza della lunga serie di errori e sottovalutazioni che hanno costretto un Paese intero a chiudere: no, il metodo Wuhan in Italia non ha funzionato.

Ne stiamo pagando le conseguenze, più o meno tutti, ma ci sono chiare distinzioni: sta peggio chi non aveva un lavoro “vero”, sta peggio chi campava alla giornata, sta peggio chi aveva una piccola attività. Gli altri soffrono, ma per ora reggono. Bella la parte prima, i principi della Costituzione, ma poi bisogna attuarli. Il peggio si vedrà nei prossimi mesi, quando mancherà il pane e un tetto a molti. Vedremo allora che fine faranno quei principi.

La retorica del 25 aprile non mi ha mai appassionato, devo confessarlo, oggi meno ancora. Un po’ per la storia della mia famiglia (ho avuto il privilegio di un racconto diretto su quello che fu il periodo che iniziò il 25 luglio del 1943), un po’ perchè basta leggere (cito sempre la “Storia della Pubblica Amministrazione” di Nigro coi numeri irrisori delle “epurazioni”) per capire che, salve alcune zone del paese, la quieta massa che il giorno prima era bellamente iscritta al PNF (esempio eclatante “Anni Ruggenti” con Nino Manfredi) il giorno dopo spergiurava il proprio antifascismo militante.

Eppure alla premilitare, al sabato fascista, in colonia ci erano andati tutti quanti, più o meno. Chi l’aveva avuta dura, nel ventennio, erano gli antifascisti veri, quelli che si erano fatti il confino e quelli che, ogni volta che Mussolini veniva in città (o un gran gerarca di partito), si facevano tre giorni di custodia preventiva alla locale caserma dei Regi Carabinieri.

Facile dire a braghe calate: siamo tutti partigiani. Le patenti di “partigiano” che sono state distribuite con solerzia nei mesi e negli anni successivi al 25 aprile fanno, ahimè, il paio con le “cimici” del PNF indossate in nome del “tengo famiglia” e devo lavorare.

Ma questa è l’Italia: lo dice la storia, non io.

L’Italia del secondo dopoguerra, pur con tutti i suoi problemi, ha vissuto una stagione di “apertura al futuro” e di riscatto nazionale: nei servizi sociali, nell’istruzione, nell’accesso alla piccola proprietà immobiliare, con la riforma agraria, con la stagione arrembante di Ippolito (Energia Nucleare) e Mattei (Idrocarburi), con Olivetti, con la creazione del SSN.
Era un paese con una proiezione ideale di tipo autenticamente sociale e con forti elementi di progresso.
Questo non vuol dire che il duopolio DC/PCI sia stato la migliore delle soluzioni, questo non significa che non ci siano state pulsioni autoritarie, ribellismi sanguinari, opposte fazioni in strada in una guerra non dichiarata (che ha fatto centinaia di morti e migliaia di feriti).

Vuol dire solo che a quel lato oscuro che va da Piazza Fontana a Ustica, si è contrapposta un’Italia lavoratrice e positiva, giovane e volenterosa che si è riscattata col lavoro dalle macerie della guerra.

Poi ci siamo ripiegati su noi stessi, nel mondo post ideologico dal 1989 in poi. Ma nel darci a questo o a quel potentato non abbiamo mai smentito la nostra natura più profonda: c’è sempre un padrone da servire per convenienza personale, si fotta il bene comune (quello è per una minoranza di “fessi” che ci rimettono sovente il sedere).

Ed allora, cosa ci si può aspettare da un popolo per la cui unità nazionale sono morti (c’è una bellissima puntata di “Passepartout” di Philippe D’Averio sui sacrari torinesi delle guerre di indipendenza) più stranieri che italiani (o piemontesi)? Cosa ci si può attendere da un paese che sferrò la famosa “pugnalata alle spalle” alla Francia, quando i Panzer MK.II di Guderian scorrazzavano già nei sobborghi di Parigi?

Il nostro essere ontologicamente dei voltagabbana opportunisti – la cifra generica del motto “Franza o Spagna basta che se magna” – potrà anche essere celato dietro le azioni di una minoranza che prese le armi a regime collassato (azioni che, se vogliamo dirla tutta, si confusero con le atrocità di parte avversa in quella che fu, a tutti gli effetti, una guerra civile), ma non può che spiccare, vergognosamente, di fronte alla domanda “ma quando fu firmato il Patto d’Acciaio coi nazisti dove stavano tutti questi antifascisti e partigiani?”.

CB

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