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Afghanistan: mesta conclusione di trent’anni di disastri “neocon”

Paul WolfowitzL’intervento militare USA in Afghanistan fu una reazione di impotenza all’attacco terrorista portato sul territorio americano con una triplice direttrice. Due arei sulle torri gemelle a New York, un terzo aereo sul Pentagono, un quarto dirottato e sul quale, pare, l’intervento dei passeggeri contro i dirottatori provocò un disastro aereo e lo schianto.
E’ una vicenda così “pivotal” nella storia americana recente, così determinante e spartiacque da aver influenzato la politica americana per decenni. Quella influenza dura ancora oggi.
Per chi lo vide in diretta tv, come me, fu qualcosa di simile all’attentato di Sarajevo o all’ingresso delle truppe tedesche in Polonia, fu un atto politico che rompeva il paradigma storico del post 1989.
Fu chiaro che un mondo unipolare (e quello del settembre 2001 sostanzialmente lo era) non poteva funzionare.
Oltre alla seconda guerra del Golfo, l’altra risposta americana nella guerra asimmetrica fu tentare di colpire il mandante degli attentati, quell’Osama Bin Laden che si nascondeva nella zona tribale fra Pakistan e Afghanistan e che il compianto Robert Fisk riuscì incredibilmente a interrogare da vivo tre volte, l’ultima quattro anni prima dell’11 settembre. Pare che lo “sceicco del terrore” si nascondesse in una serie di rifugi sotterranei nelle grotte del monte “Kaftar Hona” (“Nido del corvo”).
Sugli ambigui rapporti fra Pakistan (o meglio fra i suoi servizi segreti militari) ed il mondo occidentale si potrebbe scrivere un’enciclopedia, ma è chiaro che gli americani ebbero buon gioco a colpire un paese sostanzialmente privo di capacità militare (l’Afghanistan) anziché una potenza nucleare regionale (il Pakistan). Eppure, Bin Laden fu ucciso proprio in Pakistan, all’epoca della presidenza Obama, evidentemente con il beneplacito dell’ISI pakistano e le sue spoglie sperse in mare da una portaerei americana per evitare fenomeni di venerazione (forse l’unica mossa intelligente di tutta la vicenda).
In buona sintesi, l’invasione dell’Afghanistan non servì a niente e quegli stessi “Taliban” armati dagli americani per il tramite degli “amici” sauditi contro l’invasione sovietica negli anni ’80 (lo stesso brodo di coltura che avrebbe generato Al Qaida) oggi si ritrovano ad essere la forza politica e militare dominante dopo il rompete le righe occidentale: essi sono ben intrisi di wahabismo radicale per comprendere l’evoluzione storica del quale occorre conoscere la figura di Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792) ed il suo rapporto con la dinastia dei Saud.
E’ un fallimento storico e politico, quello afghano, che fa il paio con altri disastri compiuti dagli americani nel medio e lontano oriente negli ultimi trent’anni: dal rapporto col Pakistan, all’Iraq, alla Siria, alle “primavere arabe” (chiedere a Tunisia ed Egitto), al disimpegno in Libia, per trent’anni i “neocon” (in particolare gli ideologi Wolfowitz e Rumsfeld) hanno sistematicamente demolite le dittature nei paesi arabi, omettendo di cancellare le agende con le quali le avevano finanziate e sospinte in chiave antisovietica o nel bilanciamento dei rapporti con Israele.
Per capire l’idiosincrasia americana basti pensare all’incredibile doppiezza dei loro rapporti che si sviluppano con eguale cordialità rispetto a Israele ed ai Sauditi (dei quali si tollera la brutale repressione militare sullo Yemen e sul movimento degli Houti, colpevoli di essere sciiti ed appoggiati dall’Iran), la politica incredibilmente confusionaria nei confronti dell’Iran e l’idea demenziale che le masse arabe possano accedere ad una variante da esportazione della “democrazia occidentale”, un modello politico che esiste solo nella semplificazione neocon, dacchè la democrazia USA è profondamente diversa da quella Inglese e da quelle europeo continentali, mentre un terzo modello, quello dell’autocrazia rivestita di paludamenti democratici formali si è fatto avanti, aiutato dalla crisi pandemica (Putin, Al-Sisi, Erdogan). Non dimentichiamoci, poi, che al momento il vero “containment” americano è verso le crescenti ambizioni cinesi ed il vero snodo del conflitto geopolitico globale è l’Asia ed in particolare il mar della Cina.
Questo per cercare di capire che a nessuno importa dei poveri afghani e delle povere afghane che stanno sprofondando in queste ore nell’incubo di un “califfato islamico”, un ircocervo che nulla ha a che vedere con la ricchezza culturale e la tolleranza dei califfati storici seguiti alla Grande Espansione Islamica (632-800 dc) e che rappresenta, piuttosto, una forma decadenziale dell’Islam, ispirata dalla visione miope e retriva di un piccolo regno arabo che fonda le sue fortune sul petrolio e sull’accordo Sykes-Picot, i cui frutti avvelenati, a distanza di poco più di un secolo, fanno ancora danni inenarrabili nel mondo.
Sono ore di vergogna per l’Occidente, ore che marcano il disimpegno impudicamente dichiarato degli americani e l’ancor più vergognosa fuga degli europei.
Questi ultimi, poi, si dimostrano ancora una volta incapaci di “fare civiltà”, preoccupandosi piuttosto dell’agenda di politica interna e dei propri populismi nazionali (“non vogliamo altri profughi”) nel delicato rapporto con le nascenti autocrazie (o “putinismi” se volete) in Polonia ed in Ungheria.
CB