RomaDailyNews - Il sito di informazione di Roma

Delitto Via Poma, Giudici: “Simonetta apri al suo assassino. Busco non ha alibi” foto

Più informazioni su

simonetta cesaroni

«È certo che la ragazza ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale pienamente consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva essere che il Busco dal momento che non si è rinvenuta traccia di altre possibili contemporanee ‘storie’ con altri uomini da parte della vittima, una ragazza ‘pulita’ che si sentiva ‘sporcata’ proprio dal rapporto con il fidanzato, dal quale tuttavia non riusciva a liberarsi». Questo un passaggio delle motivazioni della sentenza di condanna a 24 anni emessa nei confronti di Raniero Busco accusato di aver ucciso l’ex fidanzata Simonetta Cesaroni, il 7 agosto del 1990 in via Poma. «Qualcosa non ha funzionato – si legge nelle 139 pagine – forse di fronte ad un tardivo ed inaspettato rifiuto di lei, l’aggressore, già in preda all’eccitamento sessuale, ha avuto una reazione violenta dapprima stordendola con un vigoroso ceffone e poi affondando più volte il tagliacarte nel suo corpo ormai disteso a terra e senza che la ragazza potesse opporre alcuna resistenza, tra l’altro infierendo con l’arma anche nella vagina della giovane». Le «reali intenzioni» di Busco erano chiare: «L’aveva lasciata già una volta, frequentava contemporaneamente altre ragazze, la trattava male, anche davanti agli altri, si accingeva ad andare in vacanza con gli amici e senza di lei e, come chiaramente riferito dalla ragazza (in lettere, ndr.) da lei voleva ‘sesso, solo sesso’ e le faceva vivere il loro rapporto ‘nel modo più indegno e sporco’. Orbene, questa relazione la vedeva del tutto soccombente: ella infatti non riusciva a venirne fuori (tanto che si era fatta prescrivere la pillola anticoncezionale) e di ciò si colpevolizzava: ‘quante volte mi sono alzata la mattina, convinta che l’avrei fatta subito finita, ma una volta davanti a lui, non ne ho la forza’. Viceversa – continuano i giudici – Busco reiteratamente dichiarato che il loro rapporto era ‘un normale rapporto tra ragazzi’ dando mostra di ignorare la sofferenza di lei e di ritenere le eventuali conseguenze dei loro rapporti intimi un fatto esclusivamente proprio della ragazza, sostenendo in un primo momento che sapeva che Simonetta prendeva la pillola, mutando poi versione in dibattimento: ‘no, io le ripeto, a distanza di 15 anni secondo me prendeva la pillola, se lei dice di no evidentemente usavamo altri metodi contraccettivi, cioè il ‘coitus interruptus’, i metodi c’erano’, trincerandosi ancora una volta nel ‘non ricordo’».

l'ex fidanzato di simonetta, renato busco

Raniero Busco tra le «16 e le 19,45» del 7 agosto del 1990, giorno in cui fu uccisa la fidanzata Simonetta Cesaroni, «deve ritenersi privo di alibi». Questo un passaggio delle motivazioni della sentenza con cui la III corte d’Assise ha condannato Busco 24 anni di reclusione proprio per l’uccisione della ragazza. Nel provvedimento i giudici esaminano tutte giustificazioni fornite dall’imputato negli anni e nel corso del processo e che sono ritenute «prive di fondamento». Tra le versioni fornite quella di essere stato a lavorare nel garage di casa fino alle 18 e poi al al bar Portici, luogo di ritrovo della sua comitiva. «Non solo Busco ha contribuito alla preordinazione dei proprio falsi alibi – si legge nella sentenza – ma in precedenza aveva cercato di indirizzare i sospetti contro alcuni suoi amici della comitiva Bar Portici». Tra questi Simone Palombi. «Desta più di una perplessità – scrivono i giudici – la completa mancanza di ricordo da parte del Busco in ordine agli avvenimento di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle tre amiche della madre di Busco, che devono però ricorrere ad associazioni funambolesche per giustificarla), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi». Per i giudici «è indubbiamente molto anomalo, pur dando per scontato che Busco fosse il meno coinvolto tra i due nella relazione amorosa, che i fatti di una giornata così particolare, in cui si era consumata la barbara e misteriosa uccisione della sua fidanzata e in cui lui era stato prelevato da una volante della polizia in piena notte e poi trattenuto in questura, fossero caduti nell’oblio insieme a quelli di tanti altri giorni uguali uno all’altro».

È da «ritenere raggiunta la piena prova della responsabilità» di Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni. La circostanza è scritta nelle motivazioni della sentenza di condanna a 24 anni di reclusione emessa il 26 gennaio scorso dalla III Corte d’Assise presieduta da Evelina Canale. Una «piena responsabilità» cui i giudici arrivano elencando una serie di elementi: «Presenza del dna di Busco sul corpetto e sul reggiseno, in misura maggiore in corrispondenza del capezzolo sinistro della vittima – si legge nelle 139 pagine della sentenza – assenza di dna di altre persone tranne che della vittima; contestualità tra il morso al capezzolo sinistro e l’azione omicida; appartenenza al Busco dell’impronta del morso». Ciò a fronte degli elementi portati dalla difesa dell’imputato che, a giudizio della Corte, «non reggono a un serio vaglio critico». Nessun dubbio che le tracce biologiche sugli indumenti intimi della Cesaroni, appartenenti a Busco, siano state lasciata al momento del delitto, «del resto, quand’anche per assurdo si volesse ipotizzare che a mordere il seno di Simonetta, e dunque ad ucciderla, fosse stata un’altra persona, questa avrebbe dovuto necessariamente rilasciare il proprio dna sul reggiseno e sul corpetto della ragazza, ciò che non è avvenuto in quanto sugli indumenti sono stati ritrovati soltanto ed esclusivamente materiali biologici appartenenti in grande quantità alla vittima e in parte ridottissima al Busco. È certo infatti – scrivono i giudici – che stanti le modalità dell’omicidio l’assassino non avrebbe potuto non rilasciare il suo dna sugli indumenti della vittima». Proprio il morso sul seno della Cesaroni è «un elemento probatorio di assoluta rilevanza» e la sua «contemporaneità con l’aggressione della giovane trova oggettivo e indubbio riscontro in quella sorta di graffo arrecato con il tagliacarte che l’assassino ha per 29 volte affondato sul corpo della ragazza e che presenta una crosticina siero ematica dalle stesse caratteristiche di quella rilevata sul capezzolo sinistro». Per quanto concerne poi l’ora del delitto, sulla scorta degli elementi raccolti dalle indagini, «può fondatamente ritenersi che l’orario della morte vada a collocarsi dopo le 17.15-17.30 e prima delle 18-18.30». Contro Busco anche quanto raccontarono Giuseppa De Luca e Pietrino Vanacore, portieri dello stabile di via Poma, i quali dichiararono di aver visto verso le 18 «di sfuggita una persona che le era sembrato l’architetto Forza, inquilino del palazzo, uscire dal cortile condominiale. Rileva la Corte – si legge – che non si può non cogliere una qualche somiglianza, anche in relazione all’età, tra il Forza, che però quel giorno si trovava già in vacanza all’estero, e il Busco». Tale persona, riferì la De Luca, «portava una busta nera in mano». Sul punto, «va ricordato che sul luogo del delitto non erano stati ritrovati altri indumenti della ragazza e che dunque l’assassino li aveva portati via con sé. L’orario, intorno alle sei del pomeriggio, è compatibile con l’orario della morte della ragazza».

«La Corte ritiene che sia di tutta evidenza che durante i preliminari di un approccio sessuale consenziente, la ragazza, ad un certo punto, per motivi riconducibili allo stato di tensione esistente tra i due, inaspettatamente si è rifiutata di proseguire il rapporto. Il rifiuto probabilmente accompagnato da parole sferzanti ha indotto l’assassino, come reazione a infliggerle un terribile morso al capezzolo». Questo un passaggio delle motivazioni della sentenza di condanna a 24 anni di reclusione emessa nei confronti di Raniero Busco perché accusato di aver ucciso l’ex fidanzata Simonetta Cesaroni, il 7 agosto del 1990 negli uffici dell’Aiag in via Poma. Continuando poi a ricostruire la dinamica di quanto accaduto quel giorno, i giudici affermano: «La reazione della ragazza anche solo verbale, a tale gesto, ha provocato l’ulteriore incremento della spinta aggressiva per cui il Busco l’ha dapprima atterrata e tramortita con un potente schiaffone all’emivolto e poi, scatenatasi ormai la violenza, colto da un’irrefrenabile furia omicida, le ha inferto 29 coltellate mentre la ragazza già si trovava stesa a terra supina e senza che potesse opporre una sia pur minima resistenza dato che il Busco si era posizionato a cavalcioni sopra di lei, come attestato dalle evidenti tumefazioni rilevabili sul bacino della giovane».

«La gravità del delitto per cui si procede è dimostrazione di un’indole violenta, nè vi è stato alcun concreto segno di ravvedimento». Questo un passaggio delle motivazioni della sentenza di condanna a 24 anni di reclusione emessa nei confronti di Raniero Busco perché accusato di aver ucciso l’ex fidanzata Simonetta Cesaroni, il 7 agosto del 1990 negli uffici dell’Aiag in via Poma. Nello spiegare il calcolo fatto nel determinare la condanna in questione i giudici affermano che «sussiste l’aggravante di aver agito con crudeltà verso le persone – si legge – in considerazione dell’elevato numero di colpi inferti alla vittima e, soprattutto, dei sei colpi inferti nella zona degli occhi e dei quattro nella zona dei genitali interni». Insomma, una condotta «caratterizzata dalla volontà di infliggere un patimento ulteriore rispetto alle ordinarie modalità esecutive del reato» e che rivela «una particolare malvagità dell’agente»

il portiere dello stabile pietrino vanacore

«Plausibile» con una «coerenza interna» la ricostruzione fatta dalla Procura in merito al ruolo che avrebbe avuto Pietrino Vanacore, ex portiere dello stabile di via Poma dove fu uccisa il 7 agosto del 1990 Simonetta Cesaroni, nelle ore successive al delitto. Una ricostruzione però che, secondo quanto si legge nelle motivazioni della condanna a 24 anni di reclusione emessa nei confronti dell’ex fidanzato della ragazza Raniero Busco, «non può ritenersi pienamente provata» in quanto «sfornita di prova certa». Secondo quanto sostenuto dal pm Ilaria Calò nel corso del processo, l’ex portiere (suicidatosi il 9 marzo 2010 nel mare di Torre Olivo, località vicino a Moncinazzo, in provincia di Taranto, dove viveva da anni) avrebbe trovato la porta degli uffici dell’Aiag socchiusa (perché lasciata così dall’assassino). Entrato, avrebbe trovato il cadavere di Simonetta e «invece di chiamare la polizia, aveva cercato di contatta telefonicamente i possibili personaggi di rilievo interessati alla vicenda (vertici Aiag e datori di lavoro della Cesaroni, ndr) lasciando l’agendina rossa Lavazza sulla scrivania di lavoro della ragazza, quindi era uscito chiudendo la porta a chiave utilizzando le chiavi con il nastrino giallo che si trovavano appese allo stipite della porta di ingresso degli uffici» dell’associazione italiana alberghi della gioventù. Una ricostruzione, questa, ritenuta compatibile, tra l’altro, con quanto emerso in alcune intercettazioni telefoniche, con «il comportamento ostruzionistico della De Luca di fronte ai familiari» di Simonetta. Una doppia catena causale quindi emerge dalla ricostruzione fatta dalla Procura, quella legata a Vanacore e quella legata a Busco. Comunque «la Corte pur esprimendo profondo rammarico per la triste vicenda umana del Vanacore non ritiene che la sua prematura scomparsa abbia posto fine a possibili sviluppi delle indagini e questo perché appunto nel presente procedimento è stata accertata con pienezza probatoria la responsabilità del Busco»

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di RomaDailyNews, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.