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Delitto via Poma, sul corpo di Simonetta dna di tre uomini

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In oltre duecento pagine viene riscritta la «verità» dell’omicidio di via Poma. Una perizia che sembra scagionare Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, che per quella morte, avvenuta a Roma il 7 agosto del 1990, è stato condannato in primo grado a 24 anni. I periti nominati dalla Corte d’Assise d’Appello per chiarire cosa sia avvenuto quel lontano pomeriggio di 22 anni fa sembrano minare drasticamente l’impianto accusatorio della Procura lasciando intravedere una possibile assoluzione per l’imputato. Risposte importanti sono giunte, in primo luogo, dall’analisi dei reperti. Le tracce biologiche individuate sul corpetto di Simonetta identificano «con certezza la presenza di almeno tre soggetti maschili». Quanto ai due campioni prelevati sul reggiseno sono entrambi attribuibili a Busco. La presenza di tre soggetti di sesso maschile è stata individuata nel «settimo campione prelevato dalla parte sinistra del corpetto». Comparando tale traccia con il profilo genetico dell’imputato gli esperti rilevano come «la mancanza di alcune caratteristiche proprie del profilo genetico di Busco potrebbe essere ricondotta ad artefatti di amplificazione o alla loro reale assenza dal profilo. La valutazione del collegio peritale – è scritto – propende a favore della prima ipotesi, pur in assenza di analisi in replicato in grado di dirimere tale questione». In merito agli altri campioni sul corpetto o si tratta di tracce biologiche commiste o non attribuibili all’ imputato o attribuite a Busco anche se per alcune i consulenti ipotizzando che la traccia possa essere frutto di una contaminazione tra reperti. Altra svolta sembra profilarsi per quanto riguarda il segno di un morso sul seno sinistro della vittima. I periti smontano una delle prove «regine» del processo di primo grado: non si tratta di un morso. «Le due minime lesioni escoriative seriate poste al quadrante supero-mediale della base d’impianto del capezzolo sinistro – scrivono -, non sono in grado di configurare alcun morso, oltretutto mancando l’evidente traccia di opponente, per cui restano di natura incerta», per i periti «potrebbe essere di tutto». Secondo la perizia le lesioni potrebbero essere attribuite, tra l’altro, «ad una unghiatura parziale per strizzamento tra due dita del capezzolo ove sul posto il contatto avvenne propriamente con il margine ungueale e dall’altra parte ebbe ad agire solo il polpastrello». Gli esperti si pronunciano, poi, sulla posizione e sulla dinamica con cui il presunto morso sarebbe stato lasciato sul seno di Simonetta: una ricostruzione che appare «inverosimile» e «impossibile ad un essere umano». Quanto alla traccia di sangue individuata sul lato interno alla porta della stanza dove fu trovata morta Simonetta Cesaroni, «è attribuibile ad un soggetto maschile di gruppo sanguigno A e di genotipo 1.1/4 al locus Dqalfa e quindi certamente non all’imputato Raniero Busco». Anche le tracce di sangue trovato sul telefono della stanza teatro del delitto è dello stesso gruppo sanguigno e quindi «non può essere attribuito nè alla vittima nè all’imputato». Sullo specchio dell’ascensore dello stabile di via Poma furono trovate due tracce ematiche: una, secondo i periti, è di Simonetta, l’altra è «attribuibile ad un soggetto di sesso maschile allo stato ignoto». Per i consulenti, inoltre, il delitto sarebbe avvenuto più tardi di quanto si pensava finora: tra le 18 e le 19. I risultati della perizia verranno discussi martedì prossimo nell’ambito dell’udienza del processo di appello.

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