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FCA, Marchionne in fin di vita, nominato AD Mike Manley

Su Marchionne si dividerà l’Italia, in questi tempi di litigiosa ignoranza autoreferenziale. Certo, il manager italo canadese è stato un elemento di rottura nel paludoso panorama politico e industriale italiano. Ha trasformato un’impresa decotta e un rentier pronto a disinvestire dall’automotive in un gruppo internazionalizzato e multinazionale ed in una proprietà che oggi si dichiara pronta a garantire la continuità aziendale. In mezzo il salvataggio di Chrysler e Jeep, la creazione di FCA, la marginalizzazione industriale di Torino, il conflitto con la FIOM di Landini, l’introduzione del “World Class Manufacturing” in tutti gli stabilimenti (molti dei quali, in Italia, sono stati ammodernati) e la clamorosa uscita da Confindustria di cui Fiat era socio fondatore.

Marchionne il pragmatico, quello del “non posso produrre in perdita, sulle auto devo guadagnare”, ha avuto il ruolo storico di rompere il consociativismo vetero fascista di stampo tutto italiano: le organizzazioni di categoria, i sindacati, tutto il decotto universo del ‘900 sconquassato da uno che è andato a risanare un’azienda fallita con un’azienda fallita in mano e tenuta su da prestiti (delle banche e del governo federale). Ha cercato investimenti, li ha trovati e li ha messi a profitto.

Ovvio che mal tollerasse le pastoie sindacali e confindustriali. Oggi l’anomalia esce di scena, FCA deve provare a camminare con le sue gambe e vedremo se Marchionne sarà riuscito, prima dell’addio forzato, a creare un gruppo dirigente capace di portare avanti quanto da lui iniziato. Come lui, nel mondo, c’è solo Carlos Ghosn, l’uomo che ha salvato Renault e Nissan, infilando motori francesi sotto il cofano delle Mercedes di piccola taglia, riportando in nero il costruttore nipponico e la decrepita ex Regie Nationale.

A Marchionne succede Mike Manley: hanno scelto il capo di Jeep perché, oggettivamente, è il marchio che è cresciuto di più e meglio negli ultimi dieci anni. Manley è un inglese ed è un ingegnere, mentre Marchionne aveva una formazione da avvocato ed esperto di diritto commerciale (con prima laurea in filsofia). A molti non piacerà il fatto che non sia un italiano l’AD del gruppo, ma non deve sfuggire la circostanza che si sia scelto un tecnico con una consolidata esperienza nel settore e con risultati lusinghieri ottenuti negli ultimi dieci anni.

E’ un indice abbastanza evidente del più grande successo di Marchionne: aver convinto gli Agnelli che l’auto poteva essere ancora redditizia e che finanziarizzare le attività di famiglia, uscendo dalla manifattura, non fosse la scelta giusta da fare anche in un’ottica di responsabilità sociale del capitale.